SPORTASTRAMBIENTE:GLI ATLETI BIANCHI POSSONO COMPETERE CON I KENIANI E ETIOPI?

NEL MEZZOFONDO I KENIANI E GLI ETIOPI HANNO UNA COMPONENTE GENETICA IN PIù RISPETTO A NOI?

Ricerche scientifiche sembrano indicare che non è la genetica a fare sì che keniani ed etiopi siano molto forti nelle prove di corsa media e lunga.

Ma allora a cosa è dovuta la loro superiorità?

Tre sono i fattori che la spiegano:

1)Il primo fattore è la pratica fin da ragazzi di attività fisica protratta.

Nella biografia dei migliori atleti keniani c’è invariabilmente il fatto che fin da giovanissimi hanno dovuto compiere a piedi molti chilometri al giorno, spesso di corsa, per andare da casa a scuola e viceversa. Lo stesso vale per gli etiopi; si è visto che ogni giorno oltre il 70% di quelli arrivati a buon livello compiva di corsa dai 5 ai 10 km e qualcuno arrivava a 100 km settimanali. Si noti che ci sono adattamenti fisici (persino nella struttura anatomica del piede!) che si acquisiscono soltanto prima di una certa età e che, oltre a favorire le prestazioni, credo che facciano anche sì che gli africani abbiano un ulteriore vantaggio non indifferente su di noi: quello di incorrere con molta minore facilità in infortuni.

2)Il secondo fattore è legato alla loro capacità di sopportare meglio la fatica dell’allenamento; del tutto verosimilmente questo dipende proprio dal fatto di avere cominciato fin da giovanissimi a percorrere tanta strada a piedi e magari anche dal fatto di avere aiutato i genitori nel lavoro di tutti i giorni Quello che sostengono gli allenatori europei che hanno seguito atleti keniani è che in loro c’è sempre una grandissima disponibilità a compiere gli allenamenti più duri.

3)Il terzo fattore è che – come hanno evidenziato alcune ricerche – keniani ed etiopi tendono ad allenarsi ad una intensità che, in rapporto al massimo consumo d’ossigeno, è in loro più elevata che non nei bianchi. Nel loro villaggio, del resto, i giovani keniani tendono spesso a correre assieme agli atleti già affermati e lo stesso vale (sempre nel loro villaggio, ma anche nella piazza principale di Addis Abeba) per i giovani etiopi; gli uni e gli altri, quindi, si abituano presto a sostenere elevate intensità di corsa. Più avanti nella carriera essi tendono ad allenarsi in gruppo, in tal modo stimolandosi a vicenda ad andare sempre più forte.Anche questo fatto di correre ad alta intensità, in ogni caso, è di certo legato ai due fattori precedenti, ma deve spingere a riconsiderare le metodiche di allenamento per il mezzofondo breve e prolungato

OSSERVAZIONE PERSONALE:

Mentre i keniani e gli etiopi si allenano in gruppo ,come esperienza personale da principiante mezzofondista posso affermare che la maggior parte delle volte mi ritrovo a correre da sola o al massimo con due persone ma proprio perchè fin ora non ho trovato un gruppo che si allenasse nel mezzofondo anche se abitando a Roma non avrei dovuto avere questi problemi ma non so se per sfortuna o proprio per essere entrata da poco nel mondo dell atletica ancora mi trovo in questa situazione.

Quindi allenarsi nel mezzofondo significa allenamento solitario?

Dalle ricerche che ho fatto sembrerebbe di no ( appunto si veda l’esempio degli etiopi e  keniani) E CHIUNQUE HA UN OPINIONE A RIGUARDO PUò LASCIARE  UN COMMENTO ALL ‘ARTICOLO!!

Le osservazioni e ricerche in merito a questo argomento di ENRICO ARCELLI -responsabile federale del mezzofondo, del fondo e della marcia per la federazione di atletica leggera-sono molto interessanti.

Enrico Arcelli afferma che per porre rimedio alle carenze del nostro mezzofondo veloce e prolungato debba essere fondamentale l’intervento di psicologi dello sport per far sì che i tecnici scelgano le strategie migliori (in allenamento e al di fuori di esso) per favorire la volitività degli atleti. Da questo punto di vista, può senza dubbio essere utile l’allenamento di gruppo, a patto che in esso ci siano leader in grado di stimolare tutti ad impegnarsi maggiormente, raggiungendo e superando certi livelli di fatica (del tipo di fatica, in ogni caso, adatto alla specialità praticata).

Egli ribadisce inoltre che: “quando in allenamento un certo mezzofondista raggiunge livelli più elevati di fatica, da un lato diventa mentalmente capace di sopportare anche in gara (oltre che negli allenamenti successivi) gradi più elevati di tolleranza alla fatica stessa e da un altro lato fa sì che nel proprio organismo si generino maggiori adattamenti fisiologici, in tal modo favorendo l’ottenimento di prestazioni migliori.Va però precisato che la frase “No pain, no gain” (che si potrebbe tradurre “Se non fai fatica non migliori”), tanto cara agli americani, vale soltanto a condizione che il tipo di “pain” (fatica) sia quello giusto. La sensazione di fatica che si avverte, infatti, è diversa a seconda della distanza sulla quale si gareggia. Per l’ottocentista, per esempio, è inutile (e forse è dannoso) sottoporsi a quel tipo fatica che si compie quando si vuole mantenere il più a lungo possibile uno sforzo poco intenso, quello che si terrebbe in una gara di alcune decine di chilometri, come la maratona. Per il maratoneta, d’altro lato, sono inutili (del tutto verosimilmente, anzi, sono nocivi) gli sforzi che, in poche decine di secondi, portano ad elevati livelli di acidità nei muscoli.”

Arcelli conclude dicendo che  una delle strade necessarie per fare in modo che anche i mezzofondisti italiani tornino ai massimi livelli, è che i loro tecnici si armino di modestia e rimettano in discussione le metodiche di allenamento che hanno utilizzato finora.

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4 pensieri su “SPORTASTRAMBIENTE:GLI ATLETI BIANCHI POSSONO COMPETERE CON I KENIANI E ETIOPI?

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