Intervista ad Enrico Vedilei, Coordinatore Nazionale del settore Ultratrail

Matteo SIMONE

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Sto scrivendo un libro riguardante gli ultramaratoneti e le gare estreme dal punto di vista psicologico e, per approfondire questo mondo, ho pensato di proporre un questionario agli atleti che si cimentano o si sono cimentati in passato in questo sport particolare. Questo mi ha permesso di conoscere delle persone speciali che raccontano il loro benessere psicofisico sperimentato attraverso lunghi percorsi in contatto con la natura, con se stessi e con gli altri.

Anni fa ho conosciuto Enrico Vedilei in occasione della Maratona di San Marino ed ho voluto proporgli un’intervista a lui che ha corso più di 100 gare superiori alla distanza della maratona e già da bambino voleva scoprire i suoi limiti partecipando alla sua prima gara, a 12 anni, di 21km.

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta? “La voglia di scoprire e scoprirmi.” Infatti Enrico attraverso questo sport sta scoprendo il mondo e se stesso.

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta? “Fin ora no, di sicuro non mi alleno più come una volta ma la voglia di far fatica è ancora dentro il mio corpo.” La passione delle utramaratone non si esaurisce con l’età perché alla base non vi è solamente una motivazione a vincere o a fare la miglior prestazione, ma vi è una motivazione interna di piacere, di passione, è una motivazione che viene proprio dal corpo, è il corpo che ti richiede di essere portato a spasso. “Ho avuto dei problemi fisici una decina di anni fa che non mi hanno più permesso di allenarmi come una volta, ora corro di meno ma corro lo stesso perché mi diverto e mi piace l’ambiente.” E’ importante comunque rispettare il proprio corpo, i messaggi che manda e soprattutto rispettare anche l’età anagrafica che ti impone dei carichi di allenamento minori rispetto al passato. “La consapevolezza che se non è giornata o non vado, rallento o mi ritiro senza nessun problema o giustificazioni. Credo che sia stata una saggia legge che mi ha portato a correre per 40 anni (quasi, mancano ancora 11 mesi hihihi).

E’ successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva?

“Certo che si, nel 2004 il mio medico mi ha detto che avevo le ginocchia logorate e che dovevo smettere di fare gare lunghe. Ho risolto il problema non andando più da quel medico hihihihi. A parte la battuta, con delle scarpe protettive e con alcuni km in meno d’allenamento, ho continuato a correre lo stesso gare lunghe.”

Contrariamente a quanto si possa pensare l’ultramaratona procura benessere psicofisico in quanto non c’è lo stress delle gare di distanza minore dove a volte dimentichi di respirare e corri in apnea.

Mi piace l’ambiente e non c’è lo stress delle gare corte dove si deve correre sempre con il fiato corto e guardare il cronometro.”

Partecipando a gare di lunghe durate e di chilometraggio elevato si ha l’opportunità di far conoscenza del limite e lì è importante la decisione personale di rispettarle, conoscerlo, scendere a patti, rinunciare, proseguire, in ogni caso è un esperienza che si fa che serve per la propria crescita personale e che porti con te come esperienza vissuta e formativa.

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?

Non so se posso dire di aver trovato il mio limite ma una volta durante la Spartathlon (246km da Atene a Sparta), al 156°km ero transitato in 18 ore e me ne mancavano 18 per finire la gara ho pensato di avercela fatta perché mio suocero che correva solo la Domenica, la 100km del Passatore la chiudeva in meno di 18 ore. Purtroppo da li a poco ho avuto una crisi di sonno e non riuscivo ad andare avanti, ritirandomi. Forse era il mio limite?

Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?

La mia gara più estrema credo sia stata la 50km dentro le grotte di Stiffe (AQ) dove l’umidità era al 100% e ho dovuto affrontare 17.000 scalini. Mentre la gara più dura è stata il Cammino Inca in Perù dove abbiamo superato 2 passi sopra i 4000mt slm e non avevo fiato per respirare.”

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine?

“Conoscendo i miei limiti, tutte quelle gare superiori ai 200km con cancelli orari stretti.”

C’è una gara estrema che non faresti mai?

Mai dire mai ma mi spaventano le gare estreme dove si rischia la vita, come potrebbe essere la Iditaroid in Alaska dove devi percorrere centinaia di km in mezzo alla neve, con temperature gelide e ristori lontani fra di loro. No, credo proprio che non sono le mie gare.”

Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua partecipazione a gare estreme?

Senza i miei genitori non starei qui a raccontare la mia storia, mi hanno sempre aiutato. Poi ho trovato una moglie con una famiglia di ultramaratoneti e quindi il gioco è fatto e per noi è tutto naturale.”

Che significa per te partecipare ad una gara estrema?

Prepararmi psicologicamente e fisicamente, documentarmi sul tracciato, sulle condizioni ambientali e sul paesaggio che dovrò affrontare di li a poco. Anche questo è cultura generale che i libri di scuola non potranno mai insegnarti.”

Partecipare ad un’ultramaratona è un’esperienza di vita, è un’occasione per conoscere il mondo che ci circonda, la natura, noi stessi e questo non te lo da la scuola, non te lo da un corso di aggiornamento, non te lo da un master. E’ semplicemente scuola di vita.

Ecco, se non correvo non potevo conoscere il Mondo e non potevo conoscere questi personaggi.

Ammetto che mi ha dato molto ma molto di più la corsa che i libri di storia perché in conto è studiare controvoglia (come la maggior parte degli studenti) e un discorso è vedere con i propri occhi alcuni posti del mondo.

Nel 1997 avevo corso e vinto la maratona Isole Svalbard posta 700km a Nord di Capo Nord (Norvegia).

Sono stato dentro le piramidi egizie, sono stato a visitare Machu Picchu, ho visitato le più grandi capitali Europee e alcune del Nord America, ho attraversato il Salar de Uyuni in Bolivia.

Tutte queste cose le avevo studiate a scuola ma vederle dal vivo è tutta un’altra storia.”

L’ultramaratona sviluppa autoefficacia e Resilienza, ci si sente più sicuri, più determinati, più coraggiosi, più propensi a mettersi in gioco, a sperimentarsi, si sperimenta un vivere più completo.

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta?

Sembrerà strano ma ho scoperto di essere molto socievole e stare bene in mezzo alla gente, cosa che da piccolo non mi riusciva bene.”

Enrico oltre a sperimentare un benessere psicofisico, ha sperimentato un benessere relazionale famigliare e lavorativo in quanto attraverso questo sport ha conosciuto la moglie e la sua famiglia di ultrmaratoneti ed è riuscito a costruirsi un’attività lavorativa legata a questo mondo.

Come è cambiata la tua vita famigliare, lavorativa?

“Vivo in una famiglia di ultramaratoneti, anzi mia moglie (più mio suocero e mio cognato) lo conosciuta in occasione di un’ultramaratona in Francia. Poi anche il lavoro è collegato al mondo dell’ultramaratona in quanto lavoro con un’azienda francese (Raidlight) specializzata in produzione di abbigliamento e accessori per i podisti, specialmente ultramaratoneti.”

Hai un sogno nel cassetto?

I sogni sportivi nel cassetto credo di averli raggiunti in quanto ho vestito 8 volte la Maglia della Nazionale nella specialità della 100km su strada mentre dal 2008 sono il Coordinatore Nazionale del settore Ultratrail e con presenze in Nazionale abbiamo sempre portato a casa qualche medaglia, per la precisione 6 di cui 3 individuali e 3 a squadre.

Il sogno nel cassetto attuale sarebbe quello di poter scrivere un libro sulle gare fatte intorno al mondo ma………..bisogna avere del tempo e anche se avevo cominciato, non riesco mai a concentrarmi per finirlo.”

 

 

Matteo SIMONE

www.psicologiadellosport.net

380-4337230 – 21163@tiscali.it

ssml

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