La passione è un motore potente per portare a termine qualsiasi impresa

Matteo SIMONE

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C’è tanta curiosità nei maratoneti, sembra che vogliano provare, sperimentare, come i ragazzini che giocano nelle pozzanghere che vogliono osare, che sembra non stiano attenti a quello che fanno e destano sempre preoccupazione ed apprensione da parte di genitori, parenti o passanti.

I maratoneti vanno alla continua ricerca di sondare le proprie possibilità sempre di più, osano ma sono convinti di farcela ed hanno dalla loro parte le sensazioni di benessere che sperimentano che li fanno sentire vivi mentre fanno quello che vogliono con passione e dedizione.

Gli ultramaratoneti riportano di non considerare la partecipazione ad ultramaratone come spingersi oltre i limiti ma hanno un approccio di sicurezza in quello che fanno avendo sperimentato con gradualità crescente la propria autoefficacia, cioè di poter riuscire ad aumentare il chilometraggio in allenamento ed in gara utilizzando delle strategie che gli permettano di superare eventuali crisi, difficoltà o quello che viene definito limite.

Pubblicità_web_300x250L’ultramaratoneta ha scoperto che volendo, si può far tutto, che la passione è un motore potente che riesce a mobilitare le energie occorrenti per portare a termine qualsiasi impresa con qualsiasi condizione, è una sorta di adattamento graduale che ti permette gradualmente di incrementare l’autoefficacia personale e sviluppare la resilienza che ti permette di andare avanti e non fermati per imprevisti o crisi ma avere la capacità di gestire momento per momento con tutte le proprie risorse, capacità personali scoperte nel corso di precedenti competizioni e situazioni.

Per esempio Paolo Bravi: “Ritengo che portare a termine un ironman per me sarebbe difficile visto i problemi o il poco allenamento che potrei avere con bici e nuoto ma la cosa mi affascina chissà, ma anche qui non credo sia estrema e non parto sicuramente con l’idea di non riuscire! Magari soffrire tanto si!”

Pertanto l’ultramaratoneta è continuamente alla ricerca di situazioni sfidanti da gestire, superare che poi facciano parte del proprio corredo caratteriale.

Per Michele Graglia non esistono lunghezze di percorso, altitudini, temperature fredde o calde che possano fermarlo, per lui vale il motto “più grande è la lotta e più grande è il trionfo, ecco le sue prossime sfide: C’è una gara estremi che non faresti mai? “La Yukon Arctic (CANADA) e la Badwater (USA) sono considerate le due gare piu estreme al mondo. La prima considerata brutale per essere la piu fredda, con temperature intorno ai -40 gradi. La seconda considerate massacrante per essere la piu calda, correndo attraverso la Death Valley con temperature intorno ai 50 gradi. Questanno (2016) ho intenzione di partecipare ad entrambe. Quindi direi no, e la pura sfida (la famosa CHALLENGE) che da forza alla mia passione. Quindi piu grande e la sfida, piu forte e il desiderio di intreprenderla.”

Altri hanno dichiarato di temere gare troppo lunghe, di distanze superiore ai 200 km, di seguito alcune risposte: “Il Tor des Geants”, “Ho rinunciato alla 9 Colli, alla Sparta-Atene”, “202 nove colli”, “PROBABILMENTE UNA GARA MOLTO LUNGA E MOLTO TECNICA”, “La 6 giorni”. Alcuni temono le condizioni atmosferiche oppure la privazione del sonno, ecco alcune risposte: “Temo il freddo, quindi ogni gara esposta a temperature rigide mi preoccupa (il che non significa che prima o poi non la proverò)”, “Forse le gare di ultracycling di diversi giorni e con molte salite lunghe e ripide, nelle quali oltre all’impegno fisico estremo mi spaventa la carenza di sonno”, “Non so forse una gara al freddo, con temperature a meno 20 non lo sopporterei…”

Emerge per alcuni ultrarunner una sorta di consapevolezza dei propri limiti, per altri emerge una sorta di pensiero quasi delirante, sentono di poter far tutto, di riuscire in tutto e questo si acquisisce con l’esperienza graduale, riuscendo volta per volta nelle proprie imprese, raggiungendo volta per volta gli obiettivi che si sono prefissati avendo cura nei minimi particolari e con un approccio volto ad una forza interiore che sostiene quella fisica che da sola non basterebbe per compiere imprese considerate ai non addetti ai lavori quasi suicidarie.

Screenshot_2015-05-21-21-11-47Emerge una voglia di macinare chilometri sempre di più, non basta la maratona, non bastano le 50 chiloemtri, non bastano le 6 ore, non bastano le 12 e 24 ore, non bastano la 100 km, non basta la nove colli running di 202 km, non bastano le 48 e 72 ore, si va sempre in cerca dell’estremo, della 280 km Milano San Remo running, della Spartathlon di 247 km con tantissimi cancelli orari, si va in cerca di gare in condizioni estreme come temperature atmosferiche sottozero o estremo caldo nel deserto, in circuiti minimi quali le piste dove si organizzano campionati di 24 ore da percorrere sempre attorno ad un giro di pista di 400 metri, campionati sui tapiroulant , insomma si organizzano sempre nuove gare estreme per lunghezza, dislivelli, temperature o altre condizioni.

Mai dire mai molti rispondo, bisogna sperimentare, se riescono altri si può provare, prepararsi bene per non rischiare.

 

Matteo SIMONE

380-4337230 – 21163@tiscali.it

www.psicologiadellosport.net/eventi.htm

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