Katia Figini vince l’ASIA Ultra Race, corsa a piedi di 160 km nel Vietnam

Matteo SIMONE

www.psicologiadellosport.net

 

Katia Figini vince l’ASIA Ultra Race che è una corsa a piedi 160 km in quattro tappe, in autosufficienza con 5000 metri di dislivello positivo. Ogni concorrente porta uno zaino contenente l’attrezzatura obbligatoria, cibo e attrezzatura personali. L’evento si svolge nel continente asiatico, nel nord-ovest del Vietnam. I partecipanti devono seguire il percorso come indicato dagli organizzatori. Ci sono alcuni punti di controllo situati ad intervalli regolari. Ogni notte un bivacco è organizzato dall’organizzazione. Un supporto tecnico e un team medico sono presenti durante l’evento. Il limite di tempo è di 10 ore per ogni fase.

L’ASIA Ultra Race si è svolta dal 20 al 23 MARZO 2016 nel Nord Ovest del Vietnam, nella regione di Mai Chau, vicino al confine con il Laos. Il percorso passa attraverso molte piantagioni di riso in paesaggi di montagna, con alcuni percorsi tecnici.

10623990_1004620402908763_6877190268492227286_o.jpgUn po di tempo inviai un questionario a Katia ed interessanti sono le sue risposte per approfondire la sua conoscenza.

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta? “Non credo si decida di percorrere lunghe distanze da un giorno all’altro, iniziare a farlo è il frutto di un percorso che ognuno fa. Si inizia con il voler correre un’ora di seguito e poi ci si trova in un deserto a fare 250 km… I ‘casi’ della vita.”

Tanti, per caso iniziano a correre e poi la distanza chiama, si appassionano sempre di più ed aumentano sempre più il chilometraggio partecipando a gare sempre più lunghe, dislivelli elevati, deserto, ghiacciai. Katia cerca le gare a seconda dei luoghi che vuole visitare e viaggiare.

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta? “Mi fa sentire viva e libera. E’ uno sport che ha un fascino unico.”

Sono tante le sensazioni, le esperienze che si fanno, le emozioni che si provano che cambiano nel corso della gara, fatica, crisi, successo, paura, gioia, sensazioni di vivere a pieno, di riuscire, di superare.

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta? “Ho pensato di smettere di fare gare a livello agonistico. Ma non ho ancora pensato di cambiare sport, ci sono ancora tanti viaggi da compiere.”

L’ultramaratona è considerato da tanti un viaggio, ed infatti non è una semplice attività fisica che dura poco e si conclude, è un viaggio che comporta una preparazione accurata, bisogna considerare quello che serve per questo lungo viaggio, viveri, abbigliamento tecnico indispensabile, informarsi sul clima atmosferico, il percorso.

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta? “Praticamente ogni giorno. L’infortunio deve diventare un’occasione e non un ostacolo. E’ difficile crederlo, lo so, ma è così. L’infortunio fa parte del gioco, in qualche modo va ‘accettato’, anche perché incavolarsi non porta a nulla se non a peggiorare la situazione. Senza infortuni non credo sarei diventata un personal trainer, un allenatore e tanto meno avrei fatto un corso per imparare ad usare i kinesyotape.”

Per fare questo sport bisogna saper affrontare la vita, eventuali infortuni crisi che non ti devono fermare, bloccare ma ti danno un’opportunità per comprendere quello che c’è ora, come sei ora e partire da questo momento per andare avanti, eventualmente anche per cambiare la tua vita, gli infortuni e le crisi ti fanno scoprire che puoi essere resiliente e ne puoi uscire più forte, più determinato come è successo a Katia.

Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta? “La passione, il ricordo dei bei posti che ho attraversato e la voglia di attraversarne di nuovi.”

Si fanno viaggi attraverso l’ultramaratona, si passano lunghi bei momenti ed i ricordi aiutano a comprendere come sei riuscito a superare, ad attraversare quei momenti, e metti questo tuo sapere, questa tua esperienza a disposizione degli altri, diventi un personal trainer, partendo dalla tua esperienza personale dal tuo background di studi e conoscenze acquisite per permettere agli altri di far bene, di far meglio nel loro sport che praticano con passione e convinzione.

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare? “Il limite è un argomento molto trattato in questo momento. Io dico sempre che il limite è il confine tra l’osare e la stupidità… I limiti sono spesso frutto di un pensiero e di un ragionamento mentale… Non esistono in realtà. E quando ci sono è giusto che ci siano. Se ad esempio non mi sento bene e sono a 5000 mt è stupido continuare perché rischierei inutilmente la mia vita… Il continuare non è non superare un proprio limite, è stupidità. Al contrario non mi pongo dei limiti se ho voglia di fare qualcosa, so che darò il massimo e cercherò di farlo fino alla fine. Se è davvero il massimo più di così non si poteva fare, non me ne pentirò.“

11022571_10206266857816340_3158085240945910809_o.jpgE’ importante considerare i consigli di Katia, si può andare incontro al limite per sperimentare l’esperienza ma è anche importante fare attenzione, succede che si fanno imprese, una volta ti va bene e ti senti un eroe ma un’altra volta ti va male ed i danni possono essere irreparabili per te o un tuo amico di cordata.

Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme? “Ho lavorato e collaboro tenendo dei corsi, con un mental coach. Ci sono un sacco di ‘trucchi’ per utilizzare la propria mente come alleata e non come nemica. Molte cose mi vengono naturali, aver anche imparato un metodo mi ha aiutato ancora di più.”

Katia è esperta utilizza metodi di mental coach per riuscire in questo tipo di gare estreme, per lei tutto è facile, ma ci è arrivata gradualmente con il tempo e con l’aiuto di un mental coach, non si improvvisa niente.

Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile? “Credo che correre al freddo sia una delle cose più difficili. Ho provato a correre a -48 gradi e lì non si possono commettere errori, il rischio è molto alto.”

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine? “Non mi pongo il ‘limite’. Non ne ho davvero idea, quando decido di fare una gara lavoro al meglio per portarla a termine. Se dovessi già pensare negativo non sarebbe certo un buon inizio.”

E’ importante avere un approccio positivo teso alla riuscita dell’obiettivo che si desidera raggiungere, una volta deciso l’obiettivo bisogna solamente organizzarsi e mobilitare l’energia per arrivare a quell’obiettivo, studiare bene cosa bisogna fare per essere nelle condizioni di arrivare fino a li e impegnarsi.

C’è una gara estremi che non faresti mai? “Credo che non potrei fare gare dove si scalano montagne molto impegnative (6/7000 mt…) non è proprio nel mio… Nel senso che non lo sento dalla pancia, e se una cosa non si sente dentro difficilmente può riuscire al meglio (mio umile parere).”

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici? “E’ tutto un percorso, non è portare avanti un asticella, è decidere di fare nuove esperienze… Un po’ paragonabile a un gioco elettronico: ogni volta c’è una nuova prova e a volte più difficile.”

Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua partecipazione a gare estreme? “I miei genitori sono molto orgogliosi, alcuni amici mi vedono come un extraterrestre, altri sono invece abituati al mio ‘essere un terremoto’.

Ti va di raccontare un aneddoto? “Come ho detto prima (è stato pubblicato anche un mio racconto) mi sono trovata a correre a -48 gradi e c’è stato un momento in cui ho pensato di sdraiarmi per riposare (ero parecchio stanca e con un ginocchio dolorante), non so come ma credo che in quel momento qualcuno da lassù mi ha urlato dicendomi che non potevo farlo… Stare ferma anche pochi minuti avrebbe comportato un bel rischio. Avevo un atleta dietro di me a 40’ e la sicurezza era appena passata.”

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta? “Sono una testa dura… Ma già lo sapevo abbastanza.”

Come è cambiata la tua vita famigliare, lavorativa? “Questa passione mi ha fatto cambiare città, amicizie ed è diventata il mio lavoro (alleno chi vuole iniziare a correre, chi vuole migliorarsi, chi vuole correre una maratona o un deserto… insomma chi vuole…) Più di così.”

Usi farmaci, integratori? Per quale motivo? “Uso molti integratori, mi segue Elisabetta Orsi, una dietologa naturopata superbrava. Ho quasi 40 anni, senza dei sani (e naturali) integratori e alimentazione credo perderei almeno il 20%.”

E’ successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva? “Lo fanno spesso in molti, ma non sono dei dottori, non li ascolto e mi affido a chi ne sa davvero.”

Hai un sogno nel cassetto? “Ogni giorno ho mille sogni, tutte le mattine mi sveglio e me li vado a prendere, o almeno parto per andare a prenderli. Ogni giorno è caccia, ogni giorno sono felice di andarli a prendere.”

Katia è felice, la corsa la rende felice, il riuscire nei suoi intenti la rende felice, e questo lo trasmette anche agli altri.

 

Matteo SIMONE

Psicologo dello sport, Psicoterapeuta

www.psicologiadellosport.net

 

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