Sara Paganucci, ultrarunner: Il rischio era quello di non riuscire a finirla

Matteo SIMONE

 

Le gare ultra non è tutto rose e fiori, si tratta di attraversare chilometri e chilometri di percorso, in questo caso di deserto con tutto ciò che comporta, sabbia, sole, arsura, miraggi, orientamento, le difficoltà possono essere tante, l’obiettivo è una sfida da portare a termine, una gara da terminare nel miglior modo possibile, il coronamento di un sogno che si innesca nella mente di alcuni runner definiti estremi, che cercano il limite, per quale motivo? Per approfondire la propria conoscenza, per incontrare se stessi di fronte alle difficoltà, per vedere se riescono a cavarsela anche quest’altra volta, perché ogni gara è un’altra occasione per mettersi in gioco, per sperimentarsi, lo racconto nei miei libri, uno di questi è Ultramaratoneti e gare estreme, tante testimonianze e racconti di atleti amanti dello sport di endurance, felici e resilienti.

17972154_10211126375148988_8338364640242980619_oDi seguito Sara ci racconta la sua esperienza di maratona nel deserto.

Ciao Sara, se ti va ho qualche domanda per te, com’è andata? “Ciao rispondo volentieri alle tue domande, è andata bene, dai! Soprattutto perché nelle sei settimane prima di partire ho subito uno stop per infortunio, il rischio era quello di non riuscire a finirla.”

Soddisfatta? Hai sofferto? Momenti critici, problemi? “Sì, sono molto soddisfatta, ho sofferto il caldo, soprattutto durante il “tappone” c’è stato un momento in cui mi sentivo in trance, camminavo e dormivo ad occhi aperti…ho sofferto il peso dello zaino sulle spalle e ho sofferto a causa di un infortunio all’anca che mi ha fatto zoppicare molto.”

Pensieri, sensazioni, emozioni? “Ho trovato un gruppo di persone splendide con cui ho condiviso emozioni forti, pure e sincere; e con cui si è creata una sorta di solidarietà, ci siamo sempre aiutati, spronati a vicenda, abbiamo condiviso tutto dal cibo ai compiti i del bivacco.”

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