1000 miglia running, intervista a Jean-Louis Vidal e Petri Mikael Perttilä

Matteo SIMONE 

http://www.psicologiadellosport.net 

L’A.S.D. Transeo con il patrocinio della FIDAL, del Comune di Policoro e della IUTA (Associazione Italiana di Ultramaratona e Trail), ha organizzato la 2° edizione della 6 Days UMF – Winter Edition, manifestazione podistica agonistica sulle distanze di 1000 miglia, 10 Giorni, 1000 Km, 6 – 24 – 48 ore, 6 giorni, 100 km, 100 miglia, maratona e 50 Km.  

La gara di 1000 miglia è stata vinta da Denis Orsini in 359h20’31”, precedendo il francese Jean-Louis Vidal in 370h38’09” e il finlandese Petri Mikael Perttilä in 380h05’08”.  

Di seguito Jean-Louis e Petri Mikael Perttilä,  raccontano la loro esperienza attraverso risposte ad alcune mie domande.  

Cosa ti spinge a correre 1.000 miglia?  

Jean-Louis: “Sono appassionato delle incredibili possibilità del corpo umano. Non cerco prestazioni brutali ma piuttosto la gara in equilibrio. Ho notato durante le mie gare a tappe (TranseGaule-FRA-19 giorni-1190 km, DeutschlandLauf-GER-19 giorni-1350 km, Joggle-GBR-17 giorni-1400 km e HollandUltraTour-NED-14 giorni-900 km) che il mio corpo è migliorato dalla seconda settimana. Idem per i 6 giorni (800km) dove i giorni migliori sono gli ultimi 2. Ero curioso di sapere come si sarebbe comportato il mio corpo su una corsa non-stop di più di 6 giorni”.  

Petri: “Al giorno d’oggi sono lento e inoltre non posso correre per molto tempo continuamente senza camminare di tanto in tanto. Le lunghe distanze mi attirano perché non c’è fretta, posso mangiare e dormire e poi continuare a correre”.  

Le corse di lunghe distanze è una disciplina sportiva dove non c’è fretta di arrivare al traguardo, dove bisogna starci nel percorso per ore e ore avanzando sempre ma ogni tanto fermarsi o rallentare per recuperare, cambiare abbigliamento per il clima che può variare tra il giorno alla notte o da una settimana all’altra in quanto si arriva a correre anche più di 10 giorni per percorrere 1.000 miglia.  

Jean-Louis: “Per me, a differenza delle corse brevi, che io chiamo ‘corse per esaurimento’, le corse ultra sono corse di equilibrio. Quasi sempre riesco nelle mie gare perché ho una strategia molto attenta. Ecco la mia ricetta: lascia che il corpo entri lentamente in gara per 2 giorni, non correre mai stanco ma fermati a riposare. Non guardare mai il comportamento degli altri partecipanti, rimani al tuo livello di comfort”.  

Petri: “Per me non ingredienti speciali, basta trovare una competizione interessante, registrarsi, iniziare a fare jogging e vedere cosa succederà (si spera che finisca)”. 

Questi consigli sono molto utili e interessanti soprattutto per i neofiti che a volte hanno fretta di correre e dimostrare di valere perdendo di vista se stessi, i messaggi del proprio corpo, sensazioni importanti da ascoltare in modo da gestire una gara che dura più giorni dove bisogna essere cauti e attenti.  

Cosa dicono la famiglia, i colleghi, gli amici?  

Jean-Louis: “Non dico al collega quello che faccio. Non voglio sembrare un ragazzo strano. La mia famiglia (tranne mia madre di 92 anni) non è interessata alla mia corsa. Tutto il mio addestramento è nascosto a loro”.  

Petri: Non so se qualcuno (tranne un altro ultrarunner) capisce davvero, ma la mia famiglia accetta e colleghi e amici sono abituati ai miei allenamenti e alle mie gare”.   

Lo sport di lunghe distanze è un’opportunità per mettersi in gioco, per vedere cosa si riesce a fare, si tratta di individuare una sfida, prepararsi sufficientemente e presentarsi alla partenza per portare a compimento la gara che può essere di un numero di chilometri o miglia da percorrere o quantificare i chilometri o miglia percorsi durante un certo numero di ore o giorni, come ad esempio 6 ore, 12, 24, 48 ore o anche 6 o 10 giorni. Sembra essere un mondo bizzarro ma che ci fa parte trova il suo giovamento e il suo perché.  

Pensandoci bene, questa passione che può sembrare bizzarra non può essere compresa facilmente per chi non è dell’ambiente, infatti chi ascolta potrebbe dire: ma chi te lo fa fare, ma che ci trovi di interessante e altre domande o affermazioni simili.    

Una parola o una frase che ti aiuta a non mollare?  

Jean-Louis: “Non ne ho bisogno. Divido semplicemente ogni giorno in blocchi facili di 1h30 o 2h di corsa continua”. 

Petri: Nessuna frase, ma voglio sempre finire, quindi non mollare mai”.  

L’approccio degli ultrarunner è di continuare fino alla fine della gara, non mollare riuscendo a saper gestire qualsiasi problema o criticità.   

A chi dedichi la gara di Policoro?  

Jean-Louis: “Al mio nuovo nipotino che è nato proprio quando ho superato i 1000 km”   

Petri: Ho fatto la gara solo per cercare i miei limiti”.   

Molti ultrarunner sono alla ricerca di sfide prima di tutto con se stessi, spostare un po’ più in là l’asticella per vedere cosa succede, cosa si scopre su stessi, cosa si riesce a tirare fuori da una gara, da risorse interne a volte sorprendenti e nascoste perché escono fuori solo all’occorrenza, quando c’è necessità di tirare fuori il meglio di sé.  

Cosa hai pensato in gara? Di cosa avevi paura?  

Jean-Louis: “Immagino solo un giorno alla volta. Sono anche concentrato su ogni blocco della gara per adottare la giusta velocità che non mi stancherà. Penso anche alla mia idratazione, a cosa mangerò e ai vestiti che indosserò nel blocco successivo. Forse è incoscienza, ma non ho paura. In effetti, allontano tutto ciò che è negativo”.  

Petri: “Non ho pensato molto, probabilmente solo ‘Quando finirà questa gara? Perché ci vuole così tanto tempo? Quando mangeremo?’. L’unica paura era che cosa sarebbe successo se non finissi in tempo (odio smettere)”.  

L’atleta è solo con se stesso, con la sua fatica, i dubbi, pensieri, perplessità con l’obiettivo importante di terminare, di fare ristori adeguati, di volersi bene per non soffrire tanto ma sentirsi in grado di concludere la gara prefissata.   

Cosa c’è oltre la corsa?  

Jean-Louis: “Per me, niente di mistico o religioso. Solo la sorprendente scoperta delle meravigliose possibilità del corpo umano. La sensazione di essere trasformati in una macchina. Essere sopraffatti dalle endorfine, gli ormoni della felicità. Il vero sentimento di essere vivi”.  

Petri: “Euforia, felicità, affetto”. 

Cosa può spingere le persone a fare uno sport prolungato per più giorni? La voglia di mettersi alla prova, di vedere come funziona la macchina umana se ben guidata, la voglia di sentirsi vivi in movimento e in competizione con se stessi e con gli altri.  

Come sei riuscito a prepararti nonostante il lavoro e gli impegni familiari?  

Jean-Louis: “Sono molto orgoglioso della mia nuova formazione. Ho creato un modo minimalista per prepararmi a queste grandi gare di più giorni. Solo 2 settimane di preparazione, mai una corsa lunga, mai una corsa veloce. Questo allenamento, che rivelerò nel mio prossimo libro, è facile da seguire da chiunque perché non consuma molta energia o tempo”.  

Petri: “Non mi alleno per le gare, faccio solo 15-20 ore a settimana come sempre. Potrei ottenere risultati migliori se mi allenassi come un professionista, ma voglio solo portare a termine la gara nel tempo massimo, quindi non c’è bisogno di alcun allenamento speciale”.  

Per partecipare a gare di lunga distanza e portarle a termine è sufficiente un adeguato chilometraggio settimanale per abitare il fisico e la mente alla fatica, diverso è se si vuole fare una performance, ottenere una vittoria o record dove bisogna essere più scientifici nei programmi di allenamento, nell’integrazione alimentare.  

Cosa vedi davanti a te adesso? Sogni realizzati e da realizzare? 

Jean-Louis: “Ho studiato, durante la prima settimana di gara, molte combinazioni di velocità di corsa, lunghezza blocco, durata recupero interblocco, durata del sonno, durata del sonnellino pomeridiano. Penso di aver trovato uno schema ottimale e sogno di utilizzare questo risultato nei miei prossimi giorni di gara”.  

Petri: “1000 miglia non sono state così difficili come temevo (ma l’UMF era perfettamente organizzata e il tempo era adatto a me, quindi tutto ciò mi ha davvero aiutato). Probabilmente tornerò alle mie 15-20 ore settimanali e vedrò se ci saranno delle competizioni interessanti a cui partecipare. Penso non più 1000 miglia o più lunghe, ma non si sa maiUno dei miei sogni si è appena avverato quando ho terminato la gara a Policoro. Sogno di rimanere in salute e correre il più a lungo possibile”.   

In gare di percorrenza di 1.000 miglia è importante che l’organizzazione sia impeccabile, l’atleta ha bisogno di essere coccolato e sostenuto durante tanti giorni di sforzo fisico e mentale, è opportuno avere una buona location per riposarsi qualche ora, ristori adeguati, accoglienza pre-gara e post gara.  Bisogna ringraziare Pasquale Brandi e il suo staff che hanno organizzato questo Festival Internazionale di Ultramaratona premettendo ad atleti di venire dalla Francia, Finlandia e altri paesi esteri.   

Come stai gestendo il periodo COVID?  

Jean-Louis: “Lavoro nell’IT e posso fare tutto il mio lavoro da casa. È una sorta di isolamento che non è doloroso. Dal prossimo mese sarò in pensione, una situazione molto più facile”.  

Petri: “La mia vita di tutti i giorni non è cambiata molto, ma ovviamente è un peccato che gare interessanti vengano cancellate/posticipate”.   

Qual è stato il tuo percorso nello sport?  

Jean-Louis: “Prima di tutto, non considero l’ultra running uno sport, a me sembra più un’escursione. Quando ero giovane, a scuola, ho avuto buoni risultati nella corsa, quindi ho fatto atletica leggera al college e al liceo. Poi ho incontrato i maratoneti al lavoro e ho corso queste gare dai 25 ai 39 anni. Ho corso la maratona in meno di 2 ore e 30 minuti quando avevo 30 anni, questo spiegherebbe le mie ottime prestazioni all’età di 64 anni. Ho interrotto ogni attività quando ho creato la mia società di consulenza, poi ho scoperto l’ultra running all’età di 59 anni e ho deciso di continuare per molti anni”.  

Petri: “Volevo smettere di fumare 31 anni fa e pensavo che correre potesse aiutare. Lo ha fatto, ora non riesco a immaginare di poter smettere di correre”.  

Nella vita ci sono età e fasi dove ci sono opportunità di fare qualcosa a cui piace e di incontrare una modalità di fare sport.  Forse è meglio avere la dipendenza della corsa piuttosto che del fumo.  

Quando ti sei sentito un campione?  

Jean-Louis: “Cerchiamo di essere chiari, non mi sento un campione. Pochissime persone corrono le ultra running. È quindi abbastanza facile essere classificati tra i migliori dieci al mondo, ma è un’illusione. In effetti, non mi considero uno sportivo. Tutto quello che faccio durante l’anno è un po’ di facile jogging da casa alla stazione ferroviaria per andare a lavorare (6,3 km) e questo è tutto per la giornata!”.   

Petri: “Sempre quando si corre oltrepassando il traguardo. È quasi impossibile descrivere la sensazione”.  

Nelle gare di ultramaratone e di endurance si sperimenta di esser campioni solo portando a termine la gara che viene considerata estrema e a volte impossibile.   

Lo psicologo può esserti utile nel tuo sport?  

Jean-Louis: “Sono sollecitato da una serie di allenatori che promettono di migliorare le mie capacità mentali, o il mio allenamento, o la mia forza fisica. Penso che questi potrebbero essere importanti per alcuni corridori, ma preferisco sentire io stesso il mio equilibrio interiore e ritengo che qualsiasi aiuto esterno interromperebbe questo equilibrio, il che è una cosa negativa a lungo termine”.  

Petri: “Se fossi un vero atleta, allora sì, ma poiché il mio obiettivo è solo finire in tempo, non la penso così. Se intendi generalmente nell’ultrarunning la risposta è ‘perché no?’”.  

Si pensa che gli ultramaratoneti siano persone che vogliono farsi del male, che non rispettano il proprio corpo ma gli atleti raccontano delle loro gare di ultrarunning della durata di diverse ore e giorni come una scoperta del proprio corpo, proprie capacità, di un equilibrio nel perdurare della fatica, tutto ciò sembra molto interessante.  

Sono tanti gli ingredienti del successo in gare di corsa di più giorni, soprattutto una buona preparazione fisica e mentale, un approccio positivo in quello che si sta facendo e un’accurata attenzione alla vestizione e alimentazione.  

Matteo SIMONE 

Psicologo, Psicoterapeuta 

Autore di libri di psicologia e sport 

http://www.ibs.it/libri/simone+matteo/libri+di+matteo+simone.html 

Cecilia Polci: Il trail non è solo corsa è prima di tutto passione e condivisione

Matteo SIMONE 

http://www.psicologiadellosport.net 

Si fa parte della famiglia del trail, la natura diventa casa aperta per tutti, uno spazio dove si sperimenta libertà, si fatica felicemente salendo e scendendo, saltando radici e sassi, sporcandosi, percependo sensazioni ed emozioni, sudore, vento, fame, sete, colori intensi, albe e tramonti. 

Tempo fa proposi un mio questionario a una cara amante di trail Cecilia Polci e di seguito possiamo approfondire la sua conoscenza: Ti puoi definire ultramaratoneta? “Uhm vediamo…diciamo che più che ultramaratoneta potrei definirmi trailer al momento della domenica, scherzi a parte adoro questo sport.” 

Cosa significa per te essere ultramaratoneta? “Ultramaratoneta è colui che aspetta tutta la settimana per godersi quella giornata, che sia sabato o domenica, immerso nella natura, circondato da persone che condividono la sua stessa passione, con cui trascorrerà attimi preziosi, momenti che ti consentono di ricaricare le batterie e affrontare al meglio la settimana che ti aspetta.” 

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta? “Il mio approccio al trail è nato per puro caso. Mi trovavo in vacanza quando un’amica, Maria Chiara Parigi, con la quale avevo condiviso qualche corsetta mattutina, mi invita ad andare con lei al Trail dei Poeti; 23 km mi dice, che vuoi che siano. Beh, per me che correvo da maggio e al massimo ne avevo fatti 15 in allenamento e mai più di 10 in gara, mi sembravano un’enormità. Non so cosa però, ma una vocina dentro di me mi fece dire sì…ed eccomi qua. Da allora non ho più smesso.” 

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta? “Sicuramente le emozioni che questo sport mi regala ogni volta. L’amore per la natura e la voglia di conoscere posti nuovi e incontrare nuove amicizie, perché il trail non è solo corsa è prima di tutto passione e condivisione.” 

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta? “A dire la verità ho avuto alcuni momenti difficili in cui sembrava che già portare a termine una gara fosse una grande conquista, ma proprio di smetter del tutto no fortunatamente.” 

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta? “Fosse stato per me mai, in realtà il troppo allenamento e le continue gare hanno fatto crollare la Ferritina e il ferro a livelli davvero critici ma per fortuna sono riuscita a trovare un giusto compromesso; una bella cura di ferro e allenamenti più brevi ma mirati.” 

Come dico ultimamente, soprattutto per lo sport di endurance, è importante l’autoprotezione e le coccole oltre all’allenamento fisico, mentale e nutrizionale. Si può portare il fisico in condizioni estreme in allenamento e in gara, si può alzare sempre più l’asticella, si può fare sport per ore e ore in condizioni di meteo non ottimale, in condizioni di deprivazione. Importante diventa poi prendersi cura di sé, del proprio corpo, dedicando cure e attenzioni appropriate, attraverso analisi cliniche e mediche, attraverso massaggi e fisioterapia, attraverso riposi e recuperi. Ci dovrebbe essere un ciclo, attivazione, fatica, recupero, integrazione, allenamento e così a seguire: Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta? “In primis la curiosità, come dicevo, non solo di esplorare posti nuovi ma anche di conoscere nuovi amici folli che come me condividono l’amore per questo sport. Ah! Dimenticavo, non essendo molti ancora, posso dire di essere fiera di essere entrata a far parte della famiglia del trail, ecco sì è proprio questo che mi spinge, la voglia ogni volta di sentirmi di nuovo a casa.” 

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare? “Una gara rimarrà dentro di me per un bel po’ credo: Oasi Zegna. Partiamo la mattina alle 7, un mega temporale ci assale dopo pochi metri. Fino al 20° km tutto bene, avevo già sbagliato una volta il percorso, passo per il ristoro dove il mio fidanzato mi rassicura e mi dice che farà con me l’ultima parte del percorso. Eh dico tra me e me mancano solo 18 km poi gli ultimi sono con Simo e anche questa è andata e invece. La stanchezza di una settimana di dichiarazioni dei redditi, perché si, sono commercialista e per noi questo è davvero un periodo di fuoco, e il temporale fanno da padroni. Mi ritrovo nella cresta di Bielmonte in preda ad una crisi di panico. Non riesco a capire dove mettere i piedi, come arrampicarmi, si inizia a spengere la luce, eppure mi dico di cibo ne hai, acqua pure e allora? Allora non so, so solo che dopo aver fatto pochi metri con una guida alpina mi ritrovo svenuta a terra con un gentilissimo signore che cerca di farmi rinvenire, il tutto in attesa dell’elicottero, pronto a portarmi al primo ospedale. Ecco quello credo sia stato il mio limite, non tanto fisico, quanto mentale, perché come dico sempre, i trail non sono gare di gambe ma di cuore e, soprattutto, di testa e quando quella ti abbandona, addio.” 

Con il trail non si scherza, bisogna essere presenti momento per momento, passo per passo, capire dove si sta andando, osservare in basso dove si mettono i piedi, osservare davanti per capire cosa bisogna evitare, e la direzione da seguire, ascoltare corpo e mente, per capire messaggi di stanchezza per correre al più presto ai ripari, rallentandosi, coprendosi, svestendosi, spiluccando qualcosa da mangiare, bere ogni tanto liquidi. Insomma avere il controllo della situazione, immaginando di chiudere in un barattolo tutte le distrazioni: Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme? “Sicuramente ciò che ci spinge in queste gare è la voglia di conoscersi fino in fondo, di capire come saremmo in grado di reagire in situazioni di difficoltà, perché ciò che conta nei trail è sapersi gestire, saper capire di cosa il tuo corpo ha bisogno, ancor prima che te lo chieda.” 

Con i trail si diventa manager di se stessi, bisogna sapersi gestire energie, cibo, percorso, abbigliamento tecnico: Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile? “Ad onor del vero di gare estreme ancora non ne ho affrontate, sicuramente la più dura che abbia concluso è stata il trail di Portofino; complice la pioggia incessante, i numerosi punti esposti e il fatto di essere scivolosissima, nonché, soprattutto, una lunga discesa ripida di 2 km sulla carta, ma per me di 2000, ecco sì, quelli sono stati 24 km davvero infiniti.” 

L’intervista risale a qualche tempo fa, nel frattempo Cecilia sicuramente si è sperimentata in imprese più ardue e anche in ultratrail, credo di averla incontrata un paio di anni fa all’ultratrail dei Monti Simbruini con la sua amica Parigi che vinse la gara. 

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine? “Non penso ci siano gare impossibili, credo iniziando piano piano e affrontandole con lo spirito giusto ogni gara possa essere conclusa, ora come ora comunque sarà bene che eviti quelle con discese troppo complicate; perché, detto tra noi, in discesa soprattutto ho moltissimo da imparare.” 

C’è una gara estrema che non faresti mai? “Come ho già detto non ci sono gare estreme che non farei mai; quelle in cui la roccia fa da padrone e le discese sono davvero complicate, ma tutto solo per evitare che l’inesperienza possa far nascere in me paure inutili.” 

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici? “La voglia di conoscermi fino in fondo, si credo sia proprio quella che mi spinge ogni volta ad oltrepassare i miei limiti, certo non sempre si può spostare in alto l’asticella, soprattutto lo spostamento non deve essere mai brusco solo così, secondo me, riesci ad apprezzare e a gustarti ogni conquista.” 

Cosa pensano familiari e amici della tua partecipazione a gare estreme? “Mio padre lo adora, lo troverete infatti spesso ai ristori con cellulare alla mano, pronto a fare mille foto, coca cola e cibarie varie. È si lui è l’uomo dei ristori, mi sentisse che lo chiamo così mi farebbe una bella linguaccia, appassionato di sport e matematico per natura si diverte a venire con me e la Chiara alle gare, si occupa di beverage e fotografie ma soprattutto di statistiche. Credo che nel cellulare abbia segnato i nostri tempi ristoro per ristoro. Abbiamo tentato più volte di fargli capire che nel trail non ci sono medie da rispettare, di sicuro il suo amorevole interessamento rende ancor più speciale questo sport. I miei amici e molte delle persone che incontro mi vedono come un’extraterrestre, alcune ti guardano con ammirazione, per loro è come se tu fossi wonderwoman, sicuramente ciò che accomuna tutti è la curiosità, il fatto di condividere le nostre emozioni attraverso i social spinge molti a far domande, quasi volenterosi anche loro, prima o poi d’iniziare questo sport.” 

Racconti di gare particolari, estreme e bizzarre coinvolgono e stimolano gli ascoltatori che diventano curiosi di provare anche se un po’ diffidenti: Che significa per te partecipare ad una gara estrema? “Ogni gara è come una nuova avventura, un viaggio dentro e fuori di noi. Un’esperienza unica e sicuramente indimenticabile.” Ti va di raccontare un aneddoto? “Uno? Ce ne sarebbero mille, a dire la verità un momento mi è rimasto più degli altri nel cuore. Il trail dei poeti, Lerici, la mia prima gara, perché come si dice, il primo amore non si scorda mai. Non avevo mai corso su sentieri disconnessi e trovarmi ad affrontare una mini (adesso, allora mi sembrava maxi) discesa rocciosa mi pareva davvero un’impresa incredibile; e mentre ero lì che cercavo di capire dove mettere i piedi mi sento una voce da dietro che mi dice: vuoi un mano? Ed io: volentieri, sai sono un disastro in discesa e questa è la mia prima gara. Beh non ci crederete non solo mi ha guidato ma mi ha preso in mano anzi quasi in braccio e così sono arrivata in fondo alla discesa. Incredibile no? Ancor più bello è stato finire la gara mano nella mano con lui.” 

Un Angelo disposto ad aiutarti lo trovi sempre soprattutto nei trail, anche mia sorella ieri ha corso il suo primo trail di 21km e un Angelo l’ha scortata dall’inizio alla fine: Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta? “Pensare che fino a poco tempo fa neppure mi sedevo sull’erba per paura di sporcarmi e adesso mi immergo nelle fontane lungo i percorsi, mangio con le mani terrose, bevo dalle borracce di persone mai viste, ma soprattutto cado, rimbalzo e mi rialzo, beh credo di aver fatto notevoli cambiamenti. Questa nuova Cecilia non solo mi piace ma talvolta mi fa dubitare che quella di una volta fossi davvero io. Una ragazzina noiosa e che non mi vergogno affatto di definire incapace di stare al mondo!” 

Lo sport ti rimette al mondo in modo diverso, ti fa sperimentare resilienza, cadi e ti rialzi sempre, lo spiego nel mio libro Sviluppare la Resilienza. 

Come è cambiata la vita familiare, lavorativa? “Fortunatamente lavorando nell’attività di famiglia, qualche fuga nel weekend, quando lo studio in realtà è aperto al pubblico, mi viene concessa. Beh rinunciare ai pranzi della domenica o alle uscite del sabato sera con gli amici, o alzarsi presto la mattina per allenarsi e rimanere fino a tardi in ufficio per recuperare; in realtà però non posso definirli realmente sacrifici, quanto piuttosto scelte. Sì la vita ci pone continuamente di fronte a delle scelte, ma quando c’è l’amore e la passione anche le cose meno piacevoli non risultano tali. E poi sentire mio nonno di 90 anni che fa il tifo per me non ha prezzo.” 

Insomma se sei motivato, se c’è passione, si può fare tutto, il tempo si trova sempre per allenarsi: Se potessi tornare indietro cosa faresti? O non faresti? “Se potessi tornare indietro rifarei tutto anche gli errori che mi hanno stancato e indebolito fisicamente, le numerose gare, gli allenamenti talvolta troppo estenuanti, gli errori in gara, perché in fondo sbagliando s’impara e se forse non avessi sbagliato oggi non sarei qui, e non avrei raccolto qualche piccola soddisfazione personale.” 

L’esperienza paga sempre, uscire fuori dalla zona di confort e mettersi in gioco fa imparare a crescere, a fare meglio, a essere al mondo: Usi farmaci, integratori? Per quale motivo? “A livello di integratori, anche su consiglio del medico, talvolta utilizzo a cicli gli aminoacidi e in gara i sali minerali, quindi a parte il ferro, che vista la mia anemia sono costretta a prendere, direi di no.” 

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali? “So bene che questo sport può portare il nostro fisico a condizioni di sofferenza ecco perché cerco di farmi spesso analisi del sangue e vari controlli, più per scrupolo che altro!” 

Ti hanno mai consigliato di ridurre la tua attività sportiva? “Come dicevo a febbraio visto i miei livelli di ferro bassissimi mi hanno consigliato di ridurre, fortunatamente adesso le cose sembrano andar meglio e incrociando le dita, speriamo di non dover rinunciare mai alla corsa!” 

Hai un sogno nel cassetto? “Mi piacerebbe fare il Tor de Géants, ma se devo dire veramente quale sia il mio sogno, sarebbe indossare la maglia della nazionale con lei, Maria Chiara Parigi, non è solo un’amica, direi più una sorella del trail, è lei che mi ha insegnato tutto, che mi ha fatto tornare la voglia di correre nei momenti bui, compagna di mille avventure ma soprattutto disavventure. La sua telefonata di quel famoso venerdì rimarrà nel mio cuore sempre, così come la gara della Maddalena in cui lei mi ha regalato una gara fianco a fianco e un podio assieme. Credo che vestire i colori dell’Italia sia il sogno di tutti, ecco io vorrei poterla indossare fianco a fianco a lei e magari arrivare anche lì mano nella mano. Sono esagerata eh? Ma in fondo un sogno è un sogno e mi piace viverlo così, sulla scia dei momenti magici che questo sport in sua compagnia mi regala!”. 

Sto continuando ad approfondire il mondo degli ultrarunner fatto di fatica e soddisfazioni, di programmi, di obiettivi, di percorsi, di viaggi interiori. L’esperienza continua sia in modo diretto partecipando ad alcune gare, sia attraverso interviste, racconti e testimonianze da parte di atleti. 

Cecilia è menzionata nei miei libri: 

Ultramaratoneti e gare estreme 

http://www.prospettivaeditrice.it/index.php?id_product=357&controller=product 

Maratoneti e ultrarunner 

https://www.edizioni-psiconline.it/catalogo/punti-di-vista/maratoneti-e-ultrarunner-aspetti-psicologici-di-una-sfida.html

Nel libro “Lo sport delle donne” riporto un’intervista doppia a Cecilia Polci e Maria Chiara Parigi. 

Venerdì 8 marzo alle ore 18.30, presso il Bar Via Olevano Romano 35 – Roma, è stato presentato il libro “Lo sport delle donne. Donne sempre più determinate, competitive e resilienti” di Matteo Simone. Moderatrice dell’evento l’ingegnere e atleta Alessandra Penna, inoltre erano presenti, per testimoniare le loro esperienze descritte nel libro, le atlete Francesca Boldrini e Anna Giunchi. 

http://www.prospettivaeditrice.it/index.php?id_product=425&controller=product