Ultrafranciacorta 12h, Paolo Bravi Campione Italiano 2021 con km 141,62

Ho immaginato che Mimmo (Domenico Strazzullo) mi incitasse, mi spingesse  

Matteo SIMONE 21163@tiscali.it 

http://www.psicologiadellosport.net 

Sabato 10 aprile 2021 ha avuto luogo a Provaglio D’Iseo (BS) il Campionato Italiano Individuale IUTA 12 ore corsa su strada su un circuito di 1366 metri tra le vie e i vicoli del centro del paese.  

Il titolo italiano è andato a paolo Bravi, Grottini Team Recanati ASD, che è riuscito a percorrere nelle 12 ore di gara km 141,62, precedendo Stefano Emma km 136,72 e Mattia Di Beo km 132,57. 

Francesca Canepa SF50 con km 136,59 vince il titolo femminile arrivando 3^ nella classifica generale e ottenendo anche il record italiano. Il podio femminile è completato da Lorena Brusamento km 121,71 che era detentrice del precedente record di 134,368 km ottenuto proprio nel 2017 nella seconda edizione di Ultra Franciacorta e completa il podio Elisa Bellagamba km 114,09. 

Paolo Bravi, di seguito racconta la sua impresa attraverso risposte ad alcune mie domande. 

Come stavi e cosa pensavi la prima ora? “A be alla prima ora cerco di non avere pensieri se no è la fine. Sinceramente non ho guardato il percorso e fatto nessun tipo di riscaldamento volutamente in modo di utilizzare la prima parte di gara per prendere il via e capire dove ero, dove dovevo andare, dove era meglio passare, dove una piccola asperità del percorso poteva con il passare delle ore diventare una difficoltà. Senza tralasciare che tra i primi doppiaggi di qualcuno che andava più piano e alcuni punti del percorso che ti permettevano di incrociare gli altri partecipanti …ho utilizzato anche la prima parte per un po’ di saluti e capire chi era lì a correre insieme a me”. 

La testimonianza di Paolo fa comprendere un po’ come sono le gare di ultramaratona, gare senza troppo stress, dove non c’è fretta di partire, non bisogna perdere troppe energie soprattutto in partenza perché si hanno a disposizione 12 ore in questo caso per faticare, per capire, per organizzarsi giro dopo giro, per valutare come si sta andando e cosa bisogna fare per far meglio, per prendere in mano la situazione per cercare di vincere, per tenere sotto controllo gli avversari, per capire come affrontare la prossima volta una curva o una salita o cosa prendere al prossimo ristoro approfittando anche per incontrare amici e avversari. 

Come stavi e cosa pensavi l’ultima ora? “A be ormai il percorso lo abbiamo capito, i piedi sappiamo dove li abbiamo messi, i compagni con cui abbiamo condiviso le 12 ore li abbiamo conosciuti visti e rivisti tutti…facciamo che finisca presto! A parte gli scherzi alla fine mi son detto ormai è fatta, quante volte ho corso 1 ora faccio 1 ora anche oggi!”. 

L’ultima ora si tirano le somme, bisogna gestirla, bisogna non sbagliare, è tutto sotto controllo dal punto di vista fisico, mentale, alimentare, bisogna solo non mollare e arrivare fino alla fine e se c’è margine rispetto a un potenziale avversario si può essere più sereni e continuare a gestire la gara.  

Quale alimento, cibo e/o bevanda, è stato determinante? “Devo dire che tutto è andato bene e ho rispettato il protocollo reintegrativo che avevo preparato…qualche piccola modifica in corsa c’è stata perché a un certo punto sentivo caldo ed ho avuto la necessità di incrementare la quantità di liquidi prevista”. 

Per eccellere, per essere campioni c’è bisogno che tutto funzioni, che tutto sia sotto controllo, e bisogna essere attenti e osservatori di se stessi e dell’ambiente circostante capire come rimodulare piani e programmi in base a eventuali circostanze avverse o improvvise. E la nutrizione/integrazione in sforzi prolungati e considerati anche estreme è estremamente importante. 

Chi ti assisteva, sosteneva, supportava? “Erano a farmi assistenza Enrico e Luca, sono stati speciali nel farmi sentire a mio agio. Purtroppo tutti noi siamo distrutti e sconvolti per la prematura e inaspettata scomparsa del nostro caro Mimmo (Domenico Strazzullo) che era sempre al mio fianco, una persona fondamentale per tutti noi. Sapevano che ero lì dove Mimmo mi avrebbe dovuto accompagnare, immaginavano che a ogni curva, a ogni angolo lui ci fosse…ho immaginato che Mimmo mi incitasse, che Mimmo mi spingesse che Mimmo era pronto a vedere la mia rimonta in gara. La cosa bella che mi hanno fatto sentire il calore del tifo anche da casa i miei amici, la mia famiglia, i ragazzi e le ragazze che alleno, gli stessi organizzatori e Monica Casiraghi tecnico anche lei con la quale seguiamo e cerchiamo di far crescere il movimento della 100km. Una persona dal carisma unico”. 

A chi dedichi il titolo? “Naturalmente a Mimmo”. 

Queste sono bellissime parole di Paolo che non è solo atleta ma anche un tecnico, allenatore, amico, e sa che dietro l’atleta c’è un mondo di persone che può essere determinante per il suo benessere e la conseguente performance e così è per lui, tante persone vicine che incoraggiano, assistono, tifano, persone che diventano fraterne e che quando non ci sono più restano sempre nel cuore e dentro di sé per continuare a fare il loro lavoro di presenza e sostegno. 

Te l’aspettavi? Ci credevi più tu o qualcun altro? “Scherzando con Mimmo dicevo voglio provare a correre 12h a 5’ al km di media cioè 144km…e lui mi diceva 140 vanno bene…quindi il mio risultato è stata una buona via di mezzo tra i 144km e i 140km…Ci credevo che si…bisogna sempre credere in quello che si fa …certo che poi oltre al crederci bisogna anche correre.  Un risultato che si può raggiungere va raggiunto”. 

In effetti si fanno programmi, progetti, previsioni in base a esperienze precedenti, allenamenti fatti come da programma ma poi sono tante le variabili in gioco, lievi sensazioni che potrebbero compromettere o favorire la prestazione e confrontarsi con persone esperte o comunque che conoscono l’atleta come caratteristiche personali e atletiche può essere utile a non esagerare, a nono strafare ma anche a non sottovalutarsi.  

Cosa racconti a familiari, amici, colleghi e cosa dicono loro di te? “Io racconto tutto, dagli allenamenti che faccio, dalle sensazioni e emozioni che provo. I familiari ormai si sono messi il cuore in pace, la corsa fa parte della mia vita. Amici i compagni di squadra mi conoscono e hanno il piacere di condividere con me queste esperienze cosi io con loro, i miei colleghi spesso fanno domande e non conoscendo magari l’ambiente fanno domande stuzzicati dalla curiosità”. 

Il mondo delle ultramaratone può sembrare strano e bizzarro ma è una disciplina particolare a cui dedicarsi per scoprire capacità e caratteristiche personali per affrontare, gestire, superare sfide sempre più impegnative. 

Cosa consigli ai maratoneti per prevenire, affrontare, gestire, superare il muro dei 30-35km? “Io ai miei allievi dico spesso che molti muri sono stati abbattuti, molti muri non sono mai esistiti e alcuni muri li creiamo noi. L’idea di correre e pensare che ad un certo punto ci sia un muro l’ho sempre scartata. Sicuramente l’elemento essenziale e fondamentale per tutti quelli che vogliono correre la maratona è l’allenamento e nello specifico il così detto lungo o lunghissimo. In fondo preparare una maratona è come seguire la ricetta per fare una torta…devi mettere insieme più ingredienti nelle giuste dosi in una determinata sequenza …e come nella preparazione della torta, delle cose se fatte prima o dopo poco cambia nel risultato altre invece rispettare la sequenza è fondamentale. Poi ognuno in base alle proprie caratteristiche legate a diversi fattori quali tempo, potenzialità, storia sportiva, obbiettivi, ecc. deve essere in grado di trovare o farsi trovare la ricetta giusta. Io tra il correre per superare un muro o essere parte attiva nella preparazione di una torta preferisco la torta…poi alla fine la puoi anche mangiare!”. 

Quindi se si fanno le cose fatte bene, se si seguono piani e programmi non c’è paura di nessun muro, basta solo vivere l’esperienza della maratona una gara che ti dà grandi soddisfazioni dopo un congruo periodo di allenamenti fatti di ripetute corte e lunghe, medi, progressivi, lunghissimi, test su 10.000 metri. Mezze maratone ed eventualmente anche 30-35km. 

Prossima maglia azzurra? Ai mondiali 24 ore è possibile? “Ci saranno i campionati mondiali a ottobre in Romania…se farò parte della squadra azzurra farò questa seconda esperienza della 24h. Sono sincero da un lato quasi mi impressiona l’idea di correrla e prepararmi per riuscire a correre 24ore dall’altro questa distanza della 24 ore mi inizia ad affascinare.  Ad un certo punto è come se mi fossi detto “se devi correre la 24h Paolo devi lasciarti affascinare come in passato ti ha affascinato la maratona e la 100km” e credo che sia il segreto per riuscire a prepararla nel migliore dei modi … poi se volete sapere dove sia e quale sia il fascino della 24h ne parliamo prossimamente!”. 

Tutto sta ad appassionarsi alle cose e poi ci si impegna e ci si crede fino alla fine, l’appetito vien mangiando, provando si comprende di cosa si tratta e di cosa si ha bisogno per far bene, per migliorare, per eccellere. 

Paolo oltre che essere stato nazionale 100km ha già partecipato ai Mondiali 24 ore ad Albi in Francia nel 2019 come raccontato in una precedente intervista. 

https://ilsentieroalternativo.blogspot.com/2019/09/paolo-bravi-mondiali-albi-tutto-bisogna.html

Paolo è menzionato nel mio ultimo libro “Maratoneti e Ultrarunner. Aspetti psicologici di una sfida”, edito da Edizioni Psiconline. 

https://www.edizioni-psiconline.it/catalogo/punti-di-vista/maratoneti-e-ultrarunner-aspetti-psicologici-di-una-sfida.html

Matteo SIMONE 

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Ultrafranciacorta 12h, Stefano Emma, vice Campione Italiano km 136,72

Matteo SIMONE 21163@tiscali.it 

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Il Campionato Italiano Individuale IUTA 12 ore su strada ha avuto luogo a Provaglio D’Iseo (BS), Sabato 10 aprile 2021 su un circuito di 1366 metri tra le vie e i vicoli del centro del paese.  

Il titolo italiano è stato conquistato da paolo Bravi (Grottini Team Recanati ASD) che è riuscito a percorrere km 141,62 nelle 12 ore di gara, precedendo il giovanissimo Stefano Emma (Athletic Club 96 Alperia) che ha totalizzato km 136,72 e comunque conquista il titolo italiano di categoria, completa il podio Mattia Di Beo con km 132,57. 

Francesca Canepa SF50 con km 136,59 vince il titolo femminile arrivando 3^ nella classifica generale e ottenendo anche il record italiano. Il podio femminile è completato da Lorena Brusamento km 121,71 che era detentrice del precedente record di 134,368 km ottenuto proprio nel 2017 nella seconda edizione di Ultra Franciacorta e completa il podio Elisa Bellagamba km 114,09. 

Stefano Emma, di seguito racconta la sua impresa attraverso risposte ad alcune mie domande. 

Ciao Stefano, come stai? Come è andata? Soddisfatto? “Ciao Matteo tutto bene 🙂. La 12 h di Franciacorta è andata molto bene, ho giocato d’attacco posizionandosi per la maggior parte della gara in testa proprio perché mi sentivo in forma e perché volevo mettere alla prova me stesso su questa tipologia di gara, che testavo per la prima volta. Seppur dispiaciuto per avere perso il primo posto dopo la decima ora, sono soddisfatto del mio risultato alla mi prima 12h, secondo assoluto ai campionati italiani e campione italiano della mia categoria”.  

Te l’aspettavi? “Mi aspettavo un buon risultato e ovviamente tutti gareggiano per il primo posto quindi ho cercato di dare il meglio di me per non avere rimpianti”.  

Cosa ti è mancato per il titolo? “Sicuramente mi è mancata l’esperienza che si acquisisce solo facendo molte gare di questa tipologia”. 

In effetti partecipare per la prima volta a questa tipologia di gara non si sa quanto si vale e quanti chilometri si possono totalizzare, si può fare una stima approssimativa in base allo stato psicofisico del momento, in base a precedenti allenamenti e gare affini e di conseguenza è difficile avere una regolarità in gara che permette di non disperdere troppe energie e di durante efficienti ed efficaci fino al traguardo ma come dice Stefano tutto sommato è andata benissimo per aver condotto la gara per 10 ore, per essere arrivato secondo al Campione Nazionale che è espertissimo delle ultramaratone avendo indossato più volte la maglia azzurra in competizioni internazionali di 100km e 24 ore e quindi una bella e ricca esperienza che non può far altro che rincuoralo per le prossime da affrontare con più consapevolezza e più conoscenza delle proprie caratteristiche e risorse. 

Dal 2021 Stefano corre con l’Athletic Club 96 Alperia – Bolzano, vincitori di due Titoli Italiani di società nel 2019 e nel 2020. Il 28 febbraio 2021 Stefano ha stabilito il record del mondo su tapis roulant sulla distanza di 50 miglia in 5h44’ e record italiano ed europeo 50km in 3h24’23”.    

https://ilsentieroalternativo.blogspot.com/2021/03/stefano-emma-record-del-mondo-50-miglia.html

Come stavi e cosa pensavi la prima ora? “Alla partenza mi sono posizionato su un buon ritmo e ho assecondato il mio istinto che mi diceva di fare il più chilometri possibili prima di un eventuale crisi”. 

Come stavi e cosa pensavi l’ultima ora? “Durante l’ultima ora mi sono posizionato su un ritmo di mantenimento sapendo che mancava poco allo scadere delle 12 h”. 

Una buona strategia per sperimentarsi e mettersi in gioco ma che può comportare il grosso rischio di anticipare la crisi e di compromettere una gara che potrebbe essere di alto livello, ma Stefano ha dimostrato di essere in grado di reggere ritmi alti fin dall’inizio e quindi con l’esperienza potrebbe gestirsi ancora meglio e potrebbe puntare anche a stabilire eventuali record su distanze di 12 e 24 ore con l’aiuto proprio degli atleti più esperti che prima di lui hanno trovato le modalità e le strategie adeguate e adatte per essere efficienti ed efficaci fino al termine della gara. 

Quale alimento, cibo e/o bevanda, è stato determinante? “Mi idratavo a distanze regolari e alternavo acqua e vari integratori che potevano aiutarmi a tenere alto il tono muscolare e l’energia”. 

Per prevenire eventuali crisi o cali di forma sarebbe opportuno avere una costanza e regolarità nel ritmo di gara e nell’alimentarsi che premettono di sentirsi sempre lucidi avendo il controllo della situazione momento per momento, chilometro per chilometro, ora per ora, focalizzandosi su quello che si sta facendo con l’obiettivo di fare bene, anzi meglio di quello che si può. 

Cosa racconti a familiari, amici, colleghi e cosa dicono loro di te? “I miei parenti hanno seguito tutto il giorno tramite mia moglie che informava tutti di come stava andando la gara e tramite le classifiche orarie che venivano pubblicate dal sito di riferimento. Mi mandavano messaggi di incoraggiamento e sono orgogliosi sempre dei risultati che riesco a raggiungere. Gli amici e i colleghi mi sostengono in tutte le scelte e mi danno buoni consigli essendo anche loro nel mondo podistico”.  

Chi ti assisteva, sosteneva, supportava? “Mia moglie Ambra mi ha seguito in questa gara ed è stata davanti al mio ristoro tutte e 12 le ore ad aiutarmi a scegliere i recuperi giusti anche nei momenti di crisi e a incitarmi a non mollare”. 

È fondamentale per un atleta che fatica in modo prolungato per diverse ore, avere una figura supportiva di riferimento che assiste, si occupa di lui, e chi meglio di una moglie? Ottimo per Stefano avere a disposizione sua moglie Ambra che con la sua presenza gli ha trasmesso forza e fiducia nell’andare avanti e nel non mollare. 

Cosa e/o chi ti ha aiutato od ostacolato? Mi ha aiutato tantissimo il tifo costante da parte degli atleti che correvano anche loro, da parte dello staff e degli abitanti di Provaglio D’Iseo che dai balconi facevano il tifo per me. Mi hanno ostacolato le crisi che immancabilmente sono arrivate e che ho dovuto superare con solo l’aiuto di me stesso”. 

Questo è lo sport che vogliamo, uno sport dove si fatica ma è una fatica che viene notata e apprezzata da chi osserva, amici sostenitori, avversari che condividono lo sforzo e la fatica, cittadini che hanno l’onore di avere nelle loro vicinanze atleti che si mettono in gioco in uno sport considerato estremo e bizzarro. 

Cosa consigli ai maratoneti per prevenire, affrontare, gestire, superare il muro dei 30-35km? “Di puntare a una gara e di allenarsi nei mesi successivi per quella distanza, perché arrivare allenati il giusto a una gara vale il 50% del risultato”. 

Certo sarebbe opportuno stabilire delle priorità e dare giusto perso a valore alle cose che si fanno e ai risultati che si vogliono ottenere con minuziosità focalizzandosi di volta in volta per una gara ben precisa senza improvvisare, diverso è che per chi si diverte a partecipare a qualsiasi gara, con qualsiasi preparazione, importante diventa esserci e fare esperienza. 

Prossima maglia azzurra? Ai mondiali 24 ore è possibile? “Si è possibile, mi aspettano dei mesi duri dove dovrò dimostrare che valgo e che possono contare su di me per questo obbiettivo italiano”. 

Certo più dura è la lotta e più glorioso il trionfo, bisogna far bene e puntare a gare che possano comprendere i criteri per essere selezionati, ma credo che Stefano sia sulla giusta strada avendo già dimostrato da un po’ di tempo di valere su distanze lunghe. 

Matteo SIMONE 

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Mena Ievoli: Mi piace correre, mi dà una sensazione di libertà e mi diverto

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A volte lo sport può sembrare faticoso ma chi lo pratica sa cosa sperimenta e che effetto ha sul fisico e sulla mente, tanti parlano di benessere psicofisico e relazionale, un bisogno di evadere, un senso di libertà, un’opportunità per mettersi in gioco e per sperimentarsi.  

Di seguito Mena racconta la sua esperienza attraverso risposte a un questionario di qualche anno fa. 

Ti puoi definire ultramaratoneta? “Se per aver portato a termine un Ultratrail dal 66 km allora sì.” 

Anni fa ci volevano anni e anni di allenamento per arrivare gradualmente a provare a fare una maratona che era una gara lunghissima e impegnativa che prevedeva la crisi del 30-45° km, ora si fa presto a provare una ultramaratona, gli atleti ne parlano così bene che tutti vogliono provare sentendosi sicuri ma comunque non bisogna sottovalutare il grande impegno e la grande fatica che può lasciare segni irreversibili. 

Qual è stato il tuo percorso per diventare un’ultramaratoneta? “Il solito iter, ho iniziato con le gare da 21Km, poi mano mano sono passata alle maratone, il passaggio alla Ultra è stato per curiosità, volevo mettermi alla prova per vedere se fossi in grado di poter fare una distanza del genere.” 

Si inizia a correre e poi si scopre un grande piacere nell’avventurarsi in gare impegnative e a volte si vuol fare il grande salto dell’ultratrail dove bisogna allenare non solo muscoli e gambe ma anche l’attenzione verso il percorso, verso se stessi per capire cosa si può aver bisogno, ed è importante sviluppare una grande osservazioni del territorio e dell’ambiente per apprezzare quello che c’è ma anche per non perdere la strada che porta all’arrivo. 

Cosa ti spinge a continuare a essere ultramaratoneta? “Mi piace correre, mi dà un sensazione di libertà, e mi diverto anche.” 

Le gare mettono davvero alla prova e sotto stress l’atleta, si arriva a consumare tutte le energie in gare lunghissime e impegnative, ma a volte lo spirito competitivo sveglia la mente dell’atleta e gli permette di andare oltre, di individuare risorse ed energie nascoste che escono fuori al momento opportuno che danno una marcia in più all’atleta per permettergli di portare a termine la gara o di fare uno sprint che a volte è determinante per una posizione o per il podio. 

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare? “Sì un paio di volte una alla mia prima maratona ero arrivata proprio al limite, ma sono riuscita a finirla solo per forza di volontà. E un’altra   gara dove non ero al 100% ma ugualmente l’ho portata a termine. Ma devo ringraziare un’atleta che era entrata in competizione con me ancora la ringrazio perché mi ha permesso di finirla.” 

L’atleta ha bisogno di essere motivato nelle sue gare e quindi non solo la prestazione in sé che prevede minuti o ore di corsa ma anche quello che si incontra, le immagini, i suoni, gli odori di lunghi percorsi soprattutto in natura che abbelliscono il lungo viaggio fino al traguardo. 

Quali meccanismi psicologici ti aiutano a partecipare a gare estreme? “Di solito mi attrae il percorso e il paesaggio…quando il percorso è bello non mi pesano fare tanti km.”  

La tua gara più estrema o più difficile? “Ultratrail del Mandriano.” 

Nello sport di endurance è importante sviluppare elevata consapevolezza delle proprie capacità e caratteristiche ma anche dei propri limiti, sapere cosa si può fare e come, decidere propri obiettivi, mete e sogni da trasformare in realtà. 

Una gara estrema che ritieni non poter mai riuscire a portare a termine? “Il Trail degli eroi.”  

Una gara estrema che non faresti mai? “Gare nei deserti.”  

Un sogno nel cassetto? “The Western States.” 

Il mondo delle ultramaratone diventa un’opportunità per conoscere anche nuove località, soprattutto naturali quando si tratta di ultratrail, si fanno gare ritenute impossibili al solo pensiero ma con passione e determinazione si può fare tutto, tante donne si mettono in gioco in gare a volte considerate solo per uomini. 

Che significa per te partecipare a una gara estrema? “Divertimento e scoperta di posti nuovi posti.” 

Ti va di raccontare un aneddoto? “Quando sono andata a ritirare il mio pettorale l’organizzatrice mi dice: ‘brava sei venuta ritirare il pettorale per il tuo compagno?’ Io le rispondo di no. Lei: ‘Allora per un tuo amico?’ E io: ‘No, veramente è il mio’ e lei è rimasta a bocca aperta.” 

Se c’è passione e motivazione si può fare tutto, si riesce a trovare il tempo per allenarsi, si riescono a incastrare impegni per coltivare una forte passione che procura levato benessere. 

Come è cambiata la tua vita familiare, lavorativa? “Non è cambiata né per la famiglia e né il lavoro, cerco di incastrare i miei allenamenti in base al lavoro e alla famiglia, certe volte mi alzo anche la mattina presto anzi prestissimo.” Cosa pensano familiari e amici della tua partecipazione a gare estreme? “Mio marito e mia figlia dicono che sono matta, alcuni amici la stessa cosa, altri mi chiedono come faccio a farlo e alcuni mi ammirano.” 

Il mondo delle ultramaratone diventa anche un’opportunità per approfondire la conoscenza di se stessi. 

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta? “Che sono tenace, e che non mi fermo tanto facilmente, e che mi diverto, e sopporto bene la fatica.”  

Usi farmaci, integratori? “No, non uso farmaci, come integratori uso Omega 3 e magnesio e potassio.” 

Nello sport di endurance è necessario avere tanta accortezza nei confronti di se stessi, oltre al duro allenamento sono necessari anche adeguati riposi e recuperi per ripristinare energie e fare in modo che non si arrivi a saturazione e demotivazione. 

Se potessi tornare indietro cosa faresti o non faresti? “Non cambierei nulla, ogni cosa che ho fatto anche sbagliato mi ha fatto crescere.”  

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali? “Analisi del sangue, ecografia al cuore e poi mi fido del mio medico sportivo.”  

È successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva? “Sì, quando ho avuto problema al tendine.” 

Matteo SIMONE 

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Elbaman, la mia prima gara di triathlon (nuoto 3,8km, bici 180km, corsa 42,195km)

Matteo SIMONE 21163@tiscali.it 

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Nel 2015 l’Elbaman era l’unica competizione Italiana su distanza full (Iron). Il percorso è per quanto riguarda il Nuoto 3800m, la Bici 180km e la Corsa 42.2km. Nel 2010 l’evento è stato inserito tra le migliori 10 competizioni al mondo distanza iron dalla rivista Triathlete USA. Alla gara regina è affiancata la prova su distanza half, denominata Elbaman73. 

Il nuoto si svolge nella magnifica baia di Marina di Campo, il ciclismo percorre l’anello occidentale dell’isola e il podismo è un multi-lap pianeggiante interno all’abitato di Marina di Campo. 

L’idea o la fantasia è iniziata a concretizzarsi lo scorso anno a seguito di un tour in bici di 2500 km in 15 giorni che partendo da Torino attraversava la Francia e si concludeva in Spagna, a Caceres in Extremadura.  

Per partecipare a questo tour “Bike for animals” contro la corrida, l’anno scorso ho comprato una bici su strada da un mio amico ed ho iniziato ad usare le scarpe da bici con gli attacchi avendo un po’ di difficoltà inizialmente non essendo abituato. Non si finisce mai di imparare, insomma dopo alcune cadute ho imparato ad usare le scarpe da bici e con un’adeguata preparazione fisica e mentale sono riuscito a portare a temine il tour con fatica e soddisfazione. 

Sportivamente nasco corridore e negli ultimi anni mi appassiono alle ultra distanze e considerato che da diverso tempo mi stuzzicava l’idea di provare il duathlon ed eventualmente il triathlon per poter un giorno provare a portare a temine un Ironman, ho colto il periodo giusto per concretizzare questo desiderio e sostenuto da alcuni amici podisti che avevano deciso di provare anche la bici e poi alcuni anche il nuoto, mi sono fatto coraggio ed a dicembre mi sono rivolto all’Ironteam per la preparazione del nuoto, considerato che ho sempre nuotato ma senza tecnica e senza respirare in acqua. 

Nel mese di dicembre, il Coach Luca Marino mi chiede di fare 8 vasche per vedere come nuoto e poi mi suggerisce di iniziare il corso di nuoto per principianti. Io comunque decido di iscrivermi all’unica gara di IRONMAN di distanza lunga in Italia e cioè l’Elbaman che ho disputato il 27 settembre, avevo a disposizione 9 mesi per partorire questa gara.  

Oltre al nuoto continuo a correre ed a prediligere gare lunghe partecipando alla 100km del Gargano, alla 50km della Pistoia Abetone, inoltre il week-end faccio qualche uscita in bici. 

Man mano che passavano i mesi mi rendevo conto che due volte a settimana in piscina per un corso principianti della durata di 45 minuti che prevedeva anche altri stili quali rana che non riuscivo ad apprendere, non era sufficiente ed inizio ad allenarmi contemporaneamente in un’altra piscina incrementando un po’ per volta sia il numero di vasche che il tempo di nuoto sempre a stile libero e continuativamente fino ad arrivare nel mese di settembre a nuotare per 140 vasche in un tempo di 1h39’ e rendendomi conto che potevo superare nel tempo limite la frazione di nuoto che poi ho scoperto essere di 2h15′. Nel frattempo ho nuotato anche il periodo estivo nelle acque libere delle Isole Tremiti, di Manfredonia e di Mattinatella nel Gargano, sperimentando una sorta di sensazione piacevole in posti gradevoli, in un habitat naturale a contatto con pesci, profumo del mare, arrivando a nuotare per circa due ore consecutive. 

Nel frattempo a giugno ho partecipato alla mia prima gara di nuoto e scelsi la distanza più lunga di 1.500 metri in piscina da 25 metri, erano tre i concorrenti della mia categoria ed arrivai terzo con medaglia di bronzo con un tempo alto di 40 minuti ma non mi importava del tempo, il primo ci mise 18minuti ed il secondo 23’, il mio intento era testarmi. 

Considerato che con quel risultato stavo sulla strada giusta della preparazione nuoto ho pensato di concentrarmi anche sulla bicicletta che avevo trascurato un po’ ed un amico mi disse che se volevo davvero partecipare ad un Ironman avrei dovuto fare un paio di uscite a settimana superiori ai 100km. Gradualmente ho cercato di uscire più spesso in bici ma non sono riuscito a fare più di un paio di uscite superiori ai 100km, comunque ero fiducioso pensavo di poter completare la prova ad un’andatura anche non troppo veloce. 

Importante è stato lavorare sulla fatica, cioè provare a correre anche dopo uscite lunghe in bici, allenandomi nelle ore centrali della giornata sia di corsa che in bici, inoltre di aiuto mi sono stati gli ultramaratoneti che ho intervistato nel periodo di preparazione per la stesura del mio libro Ultramaratoneti e gare estreme, ho cercato di assorbire gli aspetti che gli permettevano di riuscire a percorre tanti chilometri nelle condizioni anche più assurde o estreme. Soprattutto l’esperienza di Vito Rubino, ultranuotatore, ultrarunner, ultraciclista, ultratriatleta. 

L’ultima settimana l’ho trascorsa sul luogo della gara, ho provato il percorso a mare e questo mi è servito tanto, ho preso consapevolezza che con il body non potevo nuotare la mattina alle 7.00, l’acqua era troppo fredda per me e quindi dopo i primi tre giorni di prova, il giovedì ho preso a noleggio una muta che ho provato con sensazioni che gradualmente diventavano sempre migliori. 

Era la mia prima gara triathlon e dovevo fare attenzione a tutto, ad iniziare dalle regole da rispettare, a concentrarmi sulla gara, a fare attenzione un po’ a tutto, all’alimentazione, all’abbigliamento, ed ancora non riesco a credere di essere riuscito in questa che io considero un’impresa. Ho dovuto imparare tante cose, ma tutto ciò l’ho fatto senza tensione, senza preoccupazione, ma con il sorriso, divertendomi anche, facendo amicizia, salutando colleghi atleti, volontari e pubblico. 

L’obiettivo è raggiungibile se ci credi, se ti vedi mentalmente di raggiungerlo, se ti impegni con metodo, passione e determinazione. 

L’Elba comunque anche se ha un percorso duro per la bici con un dislivello a giro di 840 metri e totale di 2.500 metri ha degli scorci, delle vedute spettacolari, si respira un bel clima, la baia di Marina di Campo è spettacolare. Il giorno della gara il mare era un pochetto mosso e non avevo gli occhialini con lenti graduate, mi capitava di andare fuori rotta e per ben tre volte il giudice con la sua barchetta mi si avvicinava per portarmi sulla dritta via. 

Segnalo alcuni miei libri pubblicati con Prospettiva Editrice: DA 10 A 100 Dai primi 10 km corsi alla 100 km per Milano (Alberto Merex Mereghetti e Matteo Simone); Triathlon e Ironman. La psicologia del triatleta; Lo sport delle donne. Donne sempre più determinate, competitive e resilienti; Sport, Benessere e Performance. Aspetti psicologici che influiscono sul benessere e performance dell’atleta; Ultramaratoneti e gare estreme. 

http://www.prospettivaeditrice.it/index.php?controller=search&orderby=position&orderway=desc&search_query=simone+matteo 

Matteo SIMONE 

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1000 miglia running, intervista a Jean-Louis Vidal e Petri Mikael Perttilä

Matteo SIMONE 

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L’A.S.D. Transeo con il patrocinio della FIDAL, del Comune di Policoro e della IUTA (Associazione Italiana di Ultramaratona e Trail), ha organizzato la 2° edizione della 6 Days UMF – Winter Edition, manifestazione podistica agonistica sulle distanze di 1000 miglia, 10 Giorni, 1000 Km, 6 – 24 – 48 ore, 6 giorni, 100 km, 100 miglia, maratona e 50 Km.  

La gara di 1000 miglia è stata vinta da Denis Orsini in 359h20’31”, precedendo il francese Jean-Louis Vidal in 370h38’09” e il finlandese Petri Mikael Perttilä in 380h05’08”.  

Di seguito Jean-Louis e Petri Mikael Perttilä,  raccontano la loro esperienza attraverso risposte ad alcune mie domande.  

Cosa ti spinge a correre 1.000 miglia?  

Jean-Louis: “Sono appassionato delle incredibili possibilità del corpo umano. Non cerco prestazioni brutali ma piuttosto la gara in equilibrio. Ho notato durante le mie gare a tappe (TranseGaule-FRA-19 giorni-1190 km, DeutschlandLauf-GER-19 giorni-1350 km, Joggle-GBR-17 giorni-1400 km e HollandUltraTour-NED-14 giorni-900 km) che il mio corpo è migliorato dalla seconda settimana. Idem per i 6 giorni (800km) dove i giorni migliori sono gli ultimi 2. Ero curioso di sapere come si sarebbe comportato il mio corpo su una corsa non-stop di più di 6 giorni”.  

Petri: “Al giorno d’oggi sono lento e inoltre non posso correre per molto tempo continuamente senza camminare di tanto in tanto. Le lunghe distanze mi attirano perché non c’è fretta, posso mangiare e dormire e poi continuare a correre”.  

Le corse di lunghe distanze è una disciplina sportiva dove non c’è fretta di arrivare al traguardo, dove bisogna starci nel percorso per ore e ore avanzando sempre ma ogni tanto fermarsi o rallentare per recuperare, cambiare abbigliamento per il clima che può variare tra il giorno alla notte o da una settimana all’altra in quanto si arriva a correre anche più di 10 giorni per percorrere 1.000 miglia.  

Jean-Louis: “Per me, a differenza delle corse brevi, che io chiamo ‘corse per esaurimento’, le corse ultra sono corse di equilibrio. Quasi sempre riesco nelle mie gare perché ho una strategia molto attenta. Ecco la mia ricetta: lascia che il corpo entri lentamente in gara per 2 giorni, non correre mai stanco ma fermati a riposare. Non guardare mai il comportamento degli altri partecipanti, rimani al tuo livello di comfort”.  

Petri: “Per me non ingredienti speciali, basta trovare una competizione interessante, registrarsi, iniziare a fare jogging e vedere cosa succederà (si spera che finisca)”. 

Questi consigli sono molto utili e interessanti soprattutto per i neofiti che a volte hanno fretta di correre e dimostrare di valere perdendo di vista se stessi, i messaggi del proprio corpo, sensazioni importanti da ascoltare in modo da gestire una gara che dura più giorni dove bisogna essere cauti e attenti.  

Cosa dicono la famiglia, i colleghi, gli amici?  

Jean-Louis: “Non dico al collega quello che faccio. Non voglio sembrare un ragazzo strano. La mia famiglia (tranne mia madre di 92 anni) non è interessata alla mia corsa. Tutto il mio addestramento è nascosto a loro”.  

Petri: Non so se qualcuno (tranne un altro ultrarunner) capisce davvero, ma la mia famiglia accetta e colleghi e amici sono abituati ai miei allenamenti e alle mie gare”.   

Lo sport di lunghe distanze è un’opportunità per mettersi in gioco, per vedere cosa si riesce a fare, si tratta di individuare una sfida, prepararsi sufficientemente e presentarsi alla partenza per portare a compimento la gara che può essere di un numero di chilometri o miglia da percorrere o quantificare i chilometri o miglia percorsi durante un certo numero di ore o giorni, come ad esempio 6 ore, 12, 24, 48 ore o anche 6 o 10 giorni. Sembra essere un mondo bizzarro ma che ci fa parte trova il suo giovamento e il suo perché.  

Pensandoci bene, questa passione che può sembrare bizzarra non può essere compresa facilmente per chi non è dell’ambiente, infatti chi ascolta potrebbe dire: ma chi te lo fa fare, ma che ci trovi di interessante e altre domande o affermazioni simili.    

Una parola o una frase che ti aiuta a non mollare?  

Jean-Louis: “Non ne ho bisogno. Divido semplicemente ogni giorno in blocchi facili di 1h30 o 2h di corsa continua”. 

Petri: Nessuna frase, ma voglio sempre finire, quindi non mollare mai”.  

L’approccio degli ultrarunner è di continuare fino alla fine della gara, non mollare riuscendo a saper gestire qualsiasi problema o criticità.   

A chi dedichi la gara di Policoro?  

Jean-Louis: “Al mio nuovo nipotino che è nato proprio quando ho superato i 1000 km”   

Petri: Ho fatto la gara solo per cercare i miei limiti”.   

Molti ultrarunner sono alla ricerca di sfide prima di tutto con se stessi, spostare un po’ più in là l’asticella per vedere cosa succede, cosa si scopre su stessi, cosa si riesce a tirare fuori da una gara, da risorse interne a volte sorprendenti e nascoste perché escono fuori solo all’occorrenza, quando c’è necessità di tirare fuori il meglio di sé.  

Cosa hai pensato in gara? Di cosa avevi paura?  

Jean-Louis: “Immagino solo un giorno alla volta. Sono anche concentrato su ogni blocco della gara per adottare la giusta velocità che non mi stancherà. Penso anche alla mia idratazione, a cosa mangerò e ai vestiti che indosserò nel blocco successivo. Forse è incoscienza, ma non ho paura. In effetti, allontano tutto ciò che è negativo”.  

Petri: “Non ho pensato molto, probabilmente solo ‘Quando finirà questa gara? Perché ci vuole così tanto tempo? Quando mangeremo?’. L’unica paura era che cosa sarebbe successo se non finissi in tempo (odio smettere)”.  

L’atleta è solo con se stesso, con la sua fatica, i dubbi, pensieri, perplessità con l’obiettivo importante di terminare, di fare ristori adeguati, di volersi bene per non soffrire tanto ma sentirsi in grado di concludere la gara prefissata.   

Cosa c’è oltre la corsa?  

Jean-Louis: “Per me, niente di mistico o religioso. Solo la sorprendente scoperta delle meravigliose possibilità del corpo umano. La sensazione di essere trasformati in una macchina. Essere sopraffatti dalle endorfine, gli ormoni della felicità. Il vero sentimento di essere vivi”.  

Petri: “Euforia, felicità, affetto”. 

Cosa può spingere le persone a fare uno sport prolungato per più giorni? La voglia di mettersi alla prova, di vedere come funziona la macchina umana se ben guidata, la voglia di sentirsi vivi in movimento e in competizione con se stessi e con gli altri.  

Come sei riuscito a prepararti nonostante il lavoro e gli impegni familiari?  

Jean-Louis: “Sono molto orgoglioso della mia nuova formazione. Ho creato un modo minimalista per prepararmi a queste grandi gare di più giorni. Solo 2 settimane di preparazione, mai una corsa lunga, mai una corsa veloce. Questo allenamento, che rivelerò nel mio prossimo libro, è facile da seguire da chiunque perché non consuma molta energia o tempo”.  

Petri: “Non mi alleno per le gare, faccio solo 15-20 ore a settimana come sempre. Potrei ottenere risultati migliori se mi allenassi come un professionista, ma voglio solo portare a termine la gara nel tempo massimo, quindi non c’è bisogno di alcun allenamento speciale”.  

Per partecipare a gare di lunga distanza e portarle a termine è sufficiente un adeguato chilometraggio settimanale per abitare il fisico e la mente alla fatica, diverso è se si vuole fare una performance, ottenere una vittoria o record dove bisogna essere più scientifici nei programmi di allenamento, nell’integrazione alimentare.  

Cosa vedi davanti a te adesso? Sogni realizzati e da realizzare? 

Jean-Louis: “Ho studiato, durante la prima settimana di gara, molte combinazioni di velocità di corsa, lunghezza blocco, durata recupero interblocco, durata del sonno, durata del sonnellino pomeridiano. Penso di aver trovato uno schema ottimale e sogno di utilizzare questo risultato nei miei prossimi giorni di gara”.  

Petri: “1000 miglia non sono state così difficili come temevo (ma l’UMF era perfettamente organizzata e il tempo era adatto a me, quindi tutto ciò mi ha davvero aiutato). Probabilmente tornerò alle mie 15-20 ore settimanali e vedrò se ci saranno delle competizioni interessanti a cui partecipare. Penso non più 1000 miglia o più lunghe, ma non si sa maiUno dei miei sogni si è appena avverato quando ho terminato la gara a Policoro. Sogno di rimanere in salute e correre il più a lungo possibile”.   

In gare di percorrenza di 1.000 miglia è importante che l’organizzazione sia impeccabile, l’atleta ha bisogno di essere coccolato e sostenuto durante tanti giorni di sforzo fisico e mentale, è opportuno avere una buona location per riposarsi qualche ora, ristori adeguati, accoglienza pre-gara e post gara.  Bisogna ringraziare Pasquale Brandi e il suo staff che hanno organizzato questo Festival Internazionale di Ultramaratona premettendo ad atleti di venire dalla Francia, Finlandia e altri paesi esteri.   

Come stai gestendo il periodo COVID?  

Jean-Louis: “Lavoro nell’IT e posso fare tutto il mio lavoro da casa. È una sorta di isolamento che non è doloroso. Dal prossimo mese sarò in pensione, una situazione molto più facile”.  

Petri: “La mia vita di tutti i giorni non è cambiata molto, ma ovviamente è un peccato che gare interessanti vengano cancellate/posticipate”.   

Qual è stato il tuo percorso nello sport?  

Jean-Louis: “Prima di tutto, non considero l’ultra running uno sport, a me sembra più un’escursione. Quando ero giovane, a scuola, ho avuto buoni risultati nella corsa, quindi ho fatto atletica leggera al college e al liceo. Poi ho incontrato i maratoneti al lavoro e ho corso queste gare dai 25 ai 39 anni. Ho corso la maratona in meno di 2 ore e 30 minuti quando avevo 30 anni, questo spiegherebbe le mie ottime prestazioni all’età di 64 anni. Ho interrotto ogni attività quando ho creato la mia società di consulenza, poi ho scoperto l’ultra running all’età di 59 anni e ho deciso di continuare per molti anni”.  

Petri: “Volevo smettere di fumare 31 anni fa e pensavo che correre potesse aiutare. Lo ha fatto, ora non riesco a immaginare di poter smettere di correre”.  

Nella vita ci sono età e fasi dove ci sono opportunità di fare qualcosa a cui piace e di incontrare una modalità di fare sport.  Forse è meglio avere la dipendenza della corsa piuttosto che del fumo.  

Quando ti sei sentito un campione?  

Jean-Louis: “Cerchiamo di essere chiari, non mi sento un campione. Pochissime persone corrono le ultra running. È quindi abbastanza facile essere classificati tra i migliori dieci al mondo, ma è un’illusione. In effetti, non mi considero uno sportivo. Tutto quello che faccio durante l’anno è un po’ di facile jogging da casa alla stazione ferroviaria per andare a lavorare (6,3 km) e questo è tutto per la giornata!”.   

Petri: “Sempre quando si corre oltrepassando il traguardo. È quasi impossibile descrivere la sensazione”.  

Nelle gare di ultramaratone e di endurance si sperimenta di esser campioni solo portando a termine la gara che viene considerata estrema e a volte impossibile.   

Lo psicologo può esserti utile nel tuo sport?  

Jean-Louis: “Sono sollecitato da una serie di allenatori che promettono di migliorare le mie capacità mentali, o il mio allenamento, o la mia forza fisica. Penso che questi potrebbero essere importanti per alcuni corridori, ma preferisco sentire io stesso il mio equilibrio interiore e ritengo che qualsiasi aiuto esterno interromperebbe questo equilibrio, il che è una cosa negativa a lungo termine”.  

Petri: “Se fossi un vero atleta, allora sì, ma poiché il mio obiettivo è solo finire in tempo, non la penso così. Se intendi generalmente nell’ultrarunning la risposta è ‘perché no?’”.  

Si pensa che gli ultramaratoneti siano persone che vogliono farsi del male, che non rispettano il proprio corpo ma gli atleti raccontano delle loro gare di ultrarunning della durata di diverse ore e giorni come una scoperta del proprio corpo, proprie capacità, di un equilibrio nel perdurare della fatica, tutto ciò sembra molto interessante.  

Sono tanti gli ingredienti del successo in gare di corsa di più giorni, soprattutto una buona preparazione fisica e mentale, un approccio positivo in quello che si sta facendo e un’accurata attenzione alla vestizione e alimentazione.  

Matteo SIMONE 

Psicologo, Psicoterapeuta 

Autore di libri di psicologia e sport 

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Cecilia Polci: Il trail non è solo corsa è prima di tutto passione e condivisione

Matteo SIMONE 

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Si fa parte della famiglia del trail, la natura diventa casa aperta per tutti, uno spazio dove si sperimenta libertà, si fatica felicemente salendo e scendendo, saltando radici e sassi, sporcandosi, percependo sensazioni ed emozioni, sudore, vento, fame, sete, colori intensi, albe e tramonti. 

Tempo fa proposi un mio questionario a una cara amante di trail Cecilia Polci e di seguito possiamo approfondire la sua conoscenza: Ti puoi definire ultramaratoneta? “Uhm vediamo…diciamo che più che ultramaratoneta potrei definirmi trailer al momento della domenica, scherzi a parte adoro questo sport.” 

Cosa significa per te essere ultramaratoneta? “Ultramaratoneta è colui che aspetta tutta la settimana per godersi quella giornata, che sia sabato o domenica, immerso nella natura, circondato da persone che condividono la sua stessa passione, con cui trascorrerà attimi preziosi, momenti che ti consentono di ricaricare le batterie e affrontare al meglio la settimana che ti aspetta.” 

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta? “Il mio approccio al trail è nato per puro caso. Mi trovavo in vacanza quando un’amica, Maria Chiara Parigi, con la quale avevo condiviso qualche corsetta mattutina, mi invita ad andare con lei al Trail dei Poeti; 23 km mi dice, che vuoi che siano. Beh, per me che correvo da maggio e al massimo ne avevo fatti 15 in allenamento e mai più di 10 in gara, mi sembravano un’enormità. Non so cosa però, ma una vocina dentro di me mi fece dire sì…ed eccomi qua. Da allora non ho più smesso.” 

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta? “Sicuramente le emozioni che questo sport mi regala ogni volta. L’amore per la natura e la voglia di conoscere posti nuovi e incontrare nuove amicizie, perché il trail non è solo corsa è prima di tutto passione e condivisione.” 

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta? “A dire la verità ho avuto alcuni momenti difficili in cui sembrava che già portare a termine una gara fosse una grande conquista, ma proprio di smetter del tutto no fortunatamente.” 

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta? “Fosse stato per me mai, in realtà il troppo allenamento e le continue gare hanno fatto crollare la Ferritina e il ferro a livelli davvero critici ma per fortuna sono riuscita a trovare un giusto compromesso; una bella cura di ferro e allenamenti più brevi ma mirati.” 

Come dico ultimamente, soprattutto per lo sport di endurance, è importante l’autoprotezione e le coccole oltre all’allenamento fisico, mentale e nutrizionale. Si può portare il fisico in condizioni estreme in allenamento e in gara, si può alzare sempre più l’asticella, si può fare sport per ore e ore in condizioni di meteo non ottimale, in condizioni di deprivazione. Importante diventa poi prendersi cura di sé, del proprio corpo, dedicando cure e attenzioni appropriate, attraverso analisi cliniche e mediche, attraverso massaggi e fisioterapia, attraverso riposi e recuperi. Ci dovrebbe essere un ciclo, attivazione, fatica, recupero, integrazione, allenamento e così a seguire: Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta? “In primis la curiosità, come dicevo, non solo di esplorare posti nuovi ma anche di conoscere nuovi amici folli che come me condividono l’amore per questo sport. Ah! Dimenticavo, non essendo molti ancora, posso dire di essere fiera di essere entrata a far parte della famiglia del trail, ecco sì è proprio questo che mi spinge, la voglia ogni volta di sentirmi di nuovo a casa.” 

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare? “Una gara rimarrà dentro di me per un bel po’ credo: Oasi Zegna. Partiamo la mattina alle 7, un mega temporale ci assale dopo pochi metri. Fino al 20° km tutto bene, avevo già sbagliato una volta il percorso, passo per il ristoro dove il mio fidanzato mi rassicura e mi dice che farà con me l’ultima parte del percorso. Eh dico tra me e me mancano solo 18 km poi gli ultimi sono con Simo e anche questa è andata e invece. La stanchezza di una settimana di dichiarazioni dei redditi, perché si, sono commercialista e per noi questo è davvero un periodo di fuoco, e il temporale fanno da padroni. Mi ritrovo nella cresta di Bielmonte in preda ad una crisi di panico. Non riesco a capire dove mettere i piedi, come arrampicarmi, si inizia a spengere la luce, eppure mi dico di cibo ne hai, acqua pure e allora? Allora non so, so solo che dopo aver fatto pochi metri con una guida alpina mi ritrovo svenuta a terra con un gentilissimo signore che cerca di farmi rinvenire, il tutto in attesa dell’elicottero, pronto a portarmi al primo ospedale. Ecco quello credo sia stato il mio limite, non tanto fisico, quanto mentale, perché come dico sempre, i trail non sono gare di gambe ma di cuore e, soprattutto, di testa e quando quella ti abbandona, addio.” 

Con il trail non si scherza, bisogna essere presenti momento per momento, passo per passo, capire dove si sta andando, osservare in basso dove si mettono i piedi, osservare davanti per capire cosa bisogna evitare, e la direzione da seguire, ascoltare corpo e mente, per capire messaggi di stanchezza per correre al più presto ai ripari, rallentandosi, coprendosi, svestendosi, spiluccando qualcosa da mangiare, bere ogni tanto liquidi. Insomma avere il controllo della situazione, immaginando di chiudere in un barattolo tutte le distrazioni: Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme? “Sicuramente ciò che ci spinge in queste gare è la voglia di conoscersi fino in fondo, di capire come saremmo in grado di reagire in situazioni di difficoltà, perché ciò che conta nei trail è sapersi gestire, saper capire di cosa il tuo corpo ha bisogno, ancor prima che te lo chieda.” 

Con i trail si diventa manager di se stessi, bisogna sapersi gestire energie, cibo, percorso, abbigliamento tecnico: Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile? “Ad onor del vero di gare estreme ancora non ne ho affrontate, sicuramente la più dura che abbia concluso è stata il trail di Portofino; complice la pioggia incessante, i numerosi punti esposti e il fatto di essere scivolosissima, nonché, soprattutto, una lunga discesa ripida di 2 km sulla carta, ma per me di 2000, ecco sì, quelli sono stati 24 km davvero infiniti.” 

L’intervista risale a qualche tempo fa, nel frattempo Cecilia sicuramente si è sperimentata in imprese più ardue e anche in ultratrail, credo di averla incontrata un paio di anni fa all’ultratrail dei Monti Simbruini con la sua amica Parigi che vinse la gara. 

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine? “Non penso ci siano gare impossibili, credo iniziando piano piano e affrontandole con lo spirito giusto ogni gara possa essere conclusa, ora come ora comunque sarà bene che eviti quelle con discese troppo complicate; perché, detto tra noi, in discesa soprattutto ho moltissimo da imparare.” 

C’è una gara estrema che non faresti mai? “Come ho già detto non ci sono gare estreme che non farei mai; quelle in cui la roccia fa da padrone e le discese sono davvero complicate, ma tutto solo per evitare che l’inesperienza possa far nascere in me paure inutili.” 

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici? “La voglia di conoscermi fino in fondo, si credo sia proprio quella che mi spinge ogni volta ad oltrepassare i miei limiti, certo non sempre si può spostare in alto l’asticella, soprattutto lo spostamento non deve essere mai brusco solo così, secondo me, riesci ad apprezzare e a gustarti ogni conquista.” 

Cosa pensano familiari e amici della tua partecipazione a gare estreme? “Mio padre lo adora, lo troverete infatti spesso ai ristori con cellulare alla mano, pronto a fare mille foto, coca cola e cibarie varie. È si lui è l’uomo dei ristori, mi sentisse che lo chiamo così mi farebbe una bella linguaccia, appassionato di sport e matematico per natura si diverte a venire con me e la Chiara alle gare, si occupa di beverage e fotografie ma soprattutto di statistiche. Credo che nel cellulare abbia segnato i nostri tempi ristoro per ristoro. Abbiamo tentato più volte di fargli capire che nel trail non ci sono medie da rispettare, di sicuro il suo amorevole interessamento rende ancor più speciale questo sport. I miei amici e molte delle persone che incontro mi vedono come un’extraterrestre, alcune ti guardano con ammirazione, per loro è come se tu fossi wonderwoman, sicuramente ciò che accomuna tutti è la curiosità, il fatto di condividere le nostre emozioni attraverso i social spinge molti a far domande, quasi volenterosi anche loro, prima o poi d’iniziare questo sport.” 

Racconti di gare particolari, estreme e bizzarre coinvolgono e stimolano gli ascoltatori che diventano curiosi di provare anche se un po’ diffidenti: Che significa per te partecipare ad una gara estrema? “Ogni gara è come una nuova avventura, un viaggio dentro e fuori di noi. Un’esperienza unica e sicuramente indimenticabile.” Ti va di raccontare un aneddoto? “Uno? Ce ne sarebbero mille, a dire la verità un momento mi è rimasto più degli altri nel cuore. Il trail dei poeti, Lerici, la mia prima gara, perché come si dice, il primo amore non si scorda mai. Non avevo mai corso su sentieri disconnessi e trovarmi ad affrontare una mini (adesso, allora mi sembrava maxi) discesa rocciosa mi pareva davvero un’impresa incredibile; e mentre ero lì che cercavo di capire dove mettere i piedi mi sento una voce da dietro che mi dice: vuoi un mano? Ed io: volentieri, sai sono un disastro in discesa e questa è la mia prima gara. Beh non ci crederete non solo mi ha guidato ma mi ha preso in mano anzi quasi in braccio e così sono arrivata in fondo alla discesa. Incredibile no? Ancor più bello è stato finire la gara mano nella mano con lui.” 

Un Angelo disposto ad aiutarti lo trovi sempre soprattutto nei trail, anche mia sorella ieri ha corso il suo primo trail di 21km e un Angelo l’ha scortata dall’inizio alla fine: Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta? “Pensare che fino a poco tempo fa neppure mi sedevo sull’erba per paura di sporcarmi e adesso mi immergo nelle fontane lungo i percorsi, mangio con le mani terrose, bevo dalle borracce di persone mai viste, ma soprattutto cado, rimbalzo e mi rialzo, beh credo di aver fatto notevoli cambiamenti. Questa nuova Cecilia non solo mi piace ma talvolta mi fa dubitare che quella di una volta fossi davvero io. Una ragazzina noiosa e che non mi vergogno affatto di definire incapace di stare al mondo!” 

Lo sport ti rimette al mondo in modo diverso, ti fa sperimentare resilienza, cadi e ti rialzi sempre, lo spiego nel mio libro Sviluppare la Resilienza. 

Come è cambiata la vita familiare, lavorativa? “Fortunatamente lavorando nell’attività di famiglia, qualche fuga nel weekend, quando lo studio in realtà è aperto al pubblico, mi viene concessa. Beh rinunciare ai pranzi della domenica o alle uscite del sabato sera con gli amici, o alzarsi presto la mattina per allenarsi e rimanere fino a tardi in ufficio per recuperare; in realtà però non posso definirli realmente sacrifici, quanto piuttosto scelte. Sì la vita ci pone continuamente di fronte a delle scelte, ma quando c’è l’amore e la passione anche le cose meno piacevoli non risultano tali. E poi sentire mio nonno di 90 anni che fa il tifo per me non ha prezzo.” 

Insomma se sei motivato, se c’è passione, si può fare tutto, il tempo si trova sempre per allenarsi: Se potessi tornare indietro cosa faresti? O non faresti? “Se potessi tornare indietro rifarei tutto anche gli errori che mi hanno stancato e indebolito fisicamente, le numerose gare, gli allenamenti talvolta troppo estenuanti, gli errori in gara, perché in fondo sbagliando s’impara e se forse non avessi sbagliato oggi non sarei qui, e non avrei raccolto qualche piccola soddisfazione personale.” 

L’esperienza paga sempre, uscire fuori dalla zona di confort e mettersi in gioco fa imparare a crescere, a fare meglio, a essere al mondo: Usi farmaci, integratori? Per quale motivo? “A livello di integratori, anche su consiglio del medico, talvolta utilizzo a cicli gli aminoacidi e in gara i sali minerali, quindi a parte il ferro, che vista la mia anemia sono costretta a prendere, direi di no.” 

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali? “So bene che questo sport può portare il nostro fisico a condizioni di sofferenza ecco perché cerco di farmi spesso analisi del sangue e vari controlli, più per scrupolo che altro!” 

Ti hanno mai consigliato di ridurre la tua attività sportiva? “Come dicevo a febbraio visto i miei livelli di ferro bassissimi mi hanno consigliato di ridurre, fortunatamente adesso le cose sembrano andar meglio e incrociando le dita, speriamo di non dover rinunciare mai alla corsa!” 

Hai un sogno nel cassetto? “Mi piacerebbe fare il Tor de Géants, ma se devo dire veramente quale sia il mio sogno, sarebbe indossare la maglia della nazionale con lei, Maria Chiara Parigi, non è solo un’amica, direi più una sorella del trail, è lei che mi ha insegnato tutto, che mi ha fatto tornare la voglia di correre nei momenti bui, compagna di mille avventure ma soprattutto disavventure. La sua telefonata di quel famoso venerdì rimarrà nel mio cuore sempre, così come la gara della Maddalena in cui lei mi ha regalato una gara fianco a fianco e un podio assieme. Credo che vestire i colori dell’Italia sia il sogno di tutti, ecco io vorrei poterla indossare fianco a fianco a lei e magari arrivare anche lì mano nella mano. Sono esagerata eh? Ma in fondo un sogno è un sogno e mi piace viverlo così, sulla scia dei momenti magici che questo sport in sua compagnia mi regala!”. 

Sto continuando ad approfondire il mondo degli ultrarunner fatto di fatica e soddisfazioni, di programmi, di obiettivi, di percorsi, di viaggi interiori. L’esperienza continua sia in modo diretto partecipando ad alcune gare, sia attraverso interviste, racconti e testimonianze da parte di atleti. 

Cecilia è menzionata nei miei libri: 

Ultramaratoneti e gare estreme 

http://www.prospettivaeditrice.it/index.php?id_product=357&controller=product 

Maratoneti e ultrarunner 

https://www.edizioni-psiconline.it/catalogo/punti-di-vista/maratoneti-e-ultrarunner-aspetti-psicologici-di-una-sfida.html

Nel libro “Lo sport delle donne” riporto un’intervista doppia a Cecilia Polci e Maria Chiara Parigi. 

Venerdì 8 marzo alle ore 18.30, presso il Bar Via Olevano Romano 35 – Roma, è stato presentato il libro “Lo sport delle donne. Donne sempre più determinate, competitive e resilienti” di Matteo Simone. Moderatrice dell’evento l’ingegnere e atleta Alessandra Penna, inoltre erano presenti, per testimoniare le loro esperienze descritte nel libro, le atlete Francesca Boldrini e Anna Giunchi. 

http://www.prospettivaeditrice.it/index.php?id_product=425&controller=product 

Lupo Francesco convocato ai Campionati Mondiali 100 km in Croazia

Siamo un team molto forte che darà filo da torcere a tutti, cercherò di ripetermi ad alto livello

Matteo SIMONE

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L’8 settembre 2018 si disputeranno i Campionati Mondiali della 100 km su strada a Sveti Martin na Muri, in Croazia. Gli atleti convocati sono i seguenti: Giorgio Calcaterra (Calcaterra Sport), Matteo Lucchese (Atl. Avis Castel San Pietro), Andrea Zambelli (Ass. Pol. Scandianese), Hermann Achmueller (Laufclub Pustertal), Francesco Lupo (Atl. Imola Sacmi Avis).

SEREGNO1Tra i criteri per la convocazione c’era il titolo italiano conseguito il 2018 presso la 100 km di Seregno e prestazioni inferiori alle 7 ore e 15 minuti conseguite negli ultimi 24 mesi in manifestazioni ufficiali nazionali e internazionali sulla distanza di 100 Km.

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Alessandro Bordieri: La bandiera della Lazio da Formello ad Auronzo in bici

Matteo SIMONE

 

A volte è bello diventare o sentirsi campione, ma è altrettanto importante sentirsi sportivi ed atleti sempre, in ogni circostanza, in ogni allenamento, in gara anche senza vincere. Di seguito si racconta Alessandro Bordieri.

untitled3Ti sei sentito campione nello sport almeno un giorno della tua vita o sempre un comune sportivo?

“Certo è capitato sentirmi campione per un giorno è una esperienza bella ma dura poco lo sportivo che ho in me , invece mi fa compagnia tutti i giorni.”

Come ha contribuito lo sport al tuo benessere e performance? “Meno 12 kg sul peso e più vitalità in tutte le fasi quotidiane, lavoro compreso.”

Come hai scelto il tuo sport? “D’istinto forse per il senso di libertà che mi regala la bici, per il suo fascino, per il suo romanticismo.”

Nella tua disciplina quali sono le difficoltà e i rischi,? Cosa conta, quali qualità bisogna allenare? “Le difficoltà il tempo da dedicargli; i rischi le auto sulla strada; le qualità da allenare l’ostinazione”.

untitled4Se c’è passione si fa tutto, tutto diventa più facile, il tempo si trova, ci si sente meglio, si è più produttivi al lavoro, più sereni in famiglia ed il fisico ne risente anche in positivo, più leggeri.

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Franco Draicchio, runner: Siamo noi che dobbiamo far sì che i sogni si avverino

Matteo SIMONE

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Seconda edizione della 6 ore de’ Conti, organizzata dalla ASD Poditica Valmisa, sabato 2 luglio 2016 con partenza alle ore 18:00 per terminare alle ore 24:00.

Serra de Conti, incantevole borgo in provincia di Ancona, anche per quest’anno è stata confermata la collaborazione con le Grotte di Frasassi che metterà a disposizione di tutti gli iscritti un buono per visitare le grotte. Tutte le informazioni sul sito www.seioredeconti.it di seguito si racconta uno degli organizzatori Franco Draicchio.

GOL (2)Ti puoi definire ultramaratoneta? “Credo di sì ormai alla soglia delle 111 maratone ed ultra.”

Cosa significa per te essere ultramaratoneta? “Per me essere ultramaratoneta non è solo percorrere una distanza superiore alla maratona ma riuscire a pensare di correre visto i miei 100 kg.”

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta? “Sono partito correndo nel quartiere dove abitavo ma sentivo da subito il richiamo della maratona.”

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Vito e Palas: Tour Divide in mountain bike versione tandem per 30 giorni e 16 ore

Matteo SIMONE

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Lo sport rende felici, diventa un insegnamento utile ad affrontare la vita quotidiana, avvicina persone, popoli, culture e mondi, ma una cosa importantissima è la psicologia della squadra, dei vari componenti che decidono di allearsi per portare avanti un obiettivo comune, condiviso, difficile, sfidante ma raggiungibile. Ci sono gare in tandem come possono essere quelle degli atleti con disabilità visiva ma anche gare di endurance considerate estreme da fare a coppia e questa è un’esperienza che hanno fatto due miei amici Vito Rubino e Palas Policroniades. Loro due, coppia anche nella vita, hanno partecipato al Tour Divide.

Il Tour Divide è la gara di mountain bike più lunga al mondo, 4500 km non-stop e in autosufficienza sulle Montagne Rocciose. La gara va dal Canada al Messico (inizia a Banff, Canada e finisce ad Antelope Wells, New Mexico al confine con il Messico) e accumula 60,000 metri di dislivello (pari a 7 volte l’Everest). I concorrenti sono responsabili di portare tutto l’occorrente tra cui cibo, acqua, e attrezzatura da campeggio, e devono navigare lungo tutto il percorso. Non è possibile avere nessun aiuto esterno preorganizzato. Meno della metà dei partecipanti riescono a finire. Vito Rubino e Palas Policroniades ce l’hanno fatta, in 30 giorni e 16 ore, usando una mountain bike in versione tandem. Sono stati gli unici a completare la gara in tandem quest’anno e sono i quinti in assoluto a partecipare in tandem.

untitledIn tandem Vito e Palas raccontano la loro espereinza di seguito, rispondendo ad alcune mie domande.

Come siete arrivati alla decisione di partecipare a tale gara? “Il desiderio irresistibile di avventura. Poi la voglia di esplorare posti nuovi e paesaggi spettacolari e infine la voglia di esplorare noi stessi e le nostre capacità.”

Conoscendo Vito, posso pensare che sia alla ricerca di avventure sportive sempre più ardue e con la voglia di affrontarle con la complicità e la presenza di sua moglie, a Palas non resta che aderire ai suoi progetti ben motivata di far bene e scoprendo di essere un’avventuriera intrepida anche lei.

Prima di tale impresa sentivate di potercela fare per aver sperimentato altra impresa simile? “L’anno scorso ho completato la Race Across Amerca (un coast to coast da quasi 5000 km in 11 giorni e 19 ore), mentre Palas ha coordinato la mia squadra di supporto di 9 persone. Ma una delle difficoltà del Tour Divide è proprio l’autosufficienza, perché non c’è nessuno al seguito. Quindi ci siamo allenati durante i fine settimana facendo delle uscite da 2-3 giorni in auto-sufficienza, in modo da replicare le condizioni di gara.” Continua a leggere